A COLLOQUIO CON L’ENTITÀ ‘ANDREA’ IN UN INCONTRO ESCLUSIVO E INEDITO

intervistablog

       Si è spiegato all’Entità Andrea, nel corso di una recente seduta (l’anno è il 1990 Ndc), che si stava preparando questo speciale libro in coincidenza della sua «apparizione» quarantacinquennale e dei sessant’anni che quest’anno compie il suo/nostro medium; e l’abbiamo pregata di strutturare le risposte in modo breve e, possibilmente, in tono discorsivo (come un’intervista, aggiungiamo noi!). Ancora una volta «Andrea» conferma una duttile capacità di adeguarsi al senso del limite e delle necessità umane.

       D. – Qualcuno di noi pensa che chiederti risposte brevi – perché stiamo assemblando nostre domande e tue risposte per un uditorio più vasto -, sia comunque irriverente…

ENTITÀ Andrea

       Se l’irriverenza cela una maliziosità intelligente con fini conoscitivi, non c’è nulla di male. Temo, però, che lo spirito non capisca molto bene queste differenze psicologiche. Mi riferisco ad uno spirito disincarnato, ovviamente.

     D. – Ma allora, Maestro, si può anche trattare la spiritualità col senso del gioco?

     Oppure bisogna necessariamente coprirsi il capo e paludarsi di filosofia?

ENTITÀ Andrea

       A volte il gioco è il modo intelligente per acquisire esperienze, specie quando queste, essendo difficili e complesse da realizzarsi e incontrando resistenze psichiche e morali, verrebbero eluse, rinviate o ridotte. Il gioco impegna i sensi e altri livelli mentali a realizzare, su un piano apparentemente superficializzato, ciò che lo Spirito non potrebbe eseguire avendo della materia corporea un controllo pressoché esiguo. Il gioco diventa, quindi, una possibile tangente di uscita e di attraversamento delle esperienze in molteplici situazioni anche nel senso che il gioco può rappresentarsi come metafora e dunque come simbolo. Il simbolo è, come ho spesso già detto, il luogo mentale in cui lo Spirito può far valere una parte della propria presenza. Per il gioco nel senso propriamente umano e materiale il discorso deve essere fatto in modo diverso. Lo Spirito invece non ha il senso del gioco perché lo Spirito — visto fuori dal contesto materiale — non ha in sé il principio degli opposti, per cui gli mancano le contrapposizioni serio-faceto, triste-allegro, verità esternata-verità simbolico/metaforica. Nello Spirito c’è lo stato della partecipazione alla propria presenza in divenire; alle sensazioni emotive umane corrispondono altri stati interiori e soggettivi che voi, in quanto corpi, non potete capire. Detto ciò voglio però aggiungere una cosa: non è scritto da nessuna parte che le cose dello Spirito debbano essere affrontate con paludamento sacerdotale o con serietà filosofale. La verità non è né triste né allegra, né seria né ridicola, non è né buona né cattiva, bella o brutta, intelligente o sciocca, vera o falsa. La verità è semplicemente Unica poiché il suo denominatore è l’infinitezza e l’assolutezza eterna e ogni tentativo di chiarirla con spiegazioni e con ipostatizzazioni, rischia di contaminarla e di falsificarla. Venga dunque con i giochi o le musiche, con le esperienze d’azione, col riso o con i canti, ricordatevi che alla verità si arriva con la partecipazione, con l’esperienza da vivere e non da leggere, poiché è importante cercare direttamente il cuore delle cose, le ragioni degli atti vissuti. Con la tristezza delle azioni tristi temo che non si arrivi molto lontano. Dio non ha creato la sofferenza; questa nasce dall’uomo non da Dio. Per quanto concerne, poi, la filosofia, penso che con essa molto spesso si finisce nei libri di Storia, non nei libri della vita.

      D. – Per l’uomo è quasi assurdo concepire una mente, qual è quella dello Spirito, che vive senza le emozioni, quali noi possediamo.

ENTITÀ Andrea

       Il vostro limite, ma anche la vostra presuntuosa arroganza, vi portano a concepire l’universo sul modello dell’uomo, come se tutto dovesse somigliarvi. Non riuscite neppure a immaginare che forse lo Spirito possiede una propria interiorità con percezioni molto più raffinate e importanti di ciò che chiamate emozioni… Questo mi porta anche a dirvi – ed è utile che lo assimilate bene per non restare delusi quando morirete -, che tra la vita del corpo e quella dello Spirito la differenza è infinita; non c’è nulla di voi, tranne il principio d’identità, che somigli a noi.

      D. – Cos’è, allora, l’uomo?

ENTITÀ Andrea

       Dal mio punto di vista un uomo è definibile in almeno due modi. Come aggregazione di materia è una convenzione inesistente sul piano infinito e quindi devo necessariamente considerarlo privo di valore ontologico. In quanto espressione di funzioni, cioè nel suo potenziale di capacità cerebrale di relazione, un uomo è una espressione funzionale di contatto con uno spirito. Detto in maniera più semplice è ancora valida l’antica ipotesi umana di una materia percorsa da un soffio spirituale.

      D. – E come definiresti lo Spirito?

ENTITÀ Andrea

      Per l’uomo lo Spirito è un sogno impalpabile, per me è lo stato reale della mia coscienza. Per voi lo Spirito è una convenzione dialettica così come lo è il corpo per noi. Tuttavia per chi conosce le cose che abbiamo detto in tanti anni, lo Spirito si inserisce come realtà in quel piano di esistenza reale che ha la propria base concreta nel principio di esistenza divina. Pertanto lo Spirito è una struttura REALE, eterna, potenzialmente infinita il cui principio base — similmente a quello divino — è l’esistenza. Questa struttura ha una individualità eterna; cioè, la trasformazione evolutiva non produce cambiamento dell’identità ma solo della personalità allo stesso modo in cui un uomo, pur crescendo e mutandosi, conserva sempre se stesso. Questo principio è esclusivo dello Spirito, poiché solo lo Spirito ha la capacità di mutare senza perdere se stesso.

       D. – Possiamo parlare un po’ di te?

     Sappiamo che sei anche la guida del nostro medium. Nel 1930 lui nasce e tu ti avvicini al suo corpo. Come hai vissuto spiritualmente o esistenzialisticamente questo contatto con un corpo vivente?

ENTITÀ Andrea

     Ho percepito ciò che chiunque come me, avvicinandosi ad un corpo vivente può provare se ha provveduto a convertire se stesso in una struttura animica. Su questa struttura, fondamentale per tutto, si dovrebbe parlare molto a lungo. Per percepire la Terra, infatti, è necessaria l’Anima senza la quale lo Spirito e la Materia non possono incontrarsi. L’Anima è una energia funzionale che avviluppa in senso reale lo Spirito. Attraverso quest’Anima lo Spirito percepisce i movimenti del pensiero del soggetto a cui si rapporta — il nostro medium, nella circostanza — e si serve del corpo vivente per analizzare, penetrare, riacquistare il contatto con la realtà o parte di essa, ma le cose non sono tanto semplici come appaiono dalle parole, anzi sono molto difficili; per questo motivo comunicare a vicenda è cosa rara e delicata. Io ho vissuto questa esperienza di contatto con la nascita del medium in modo programmatico, tenuto conto che insieme era stata decisa l’esperienza di questa medianità. Per programmatico intendo che si sono predisposte varie cose affinché tutto si svolgesse in modo conforme alla decisione e, naturalmente, ho vissuto parzialmente una specie di nuova incarnazione con problemi che non capireste mai. Voglio ancora ripetere che il rapporto fra uno Spirito e il corpo è una cosa difficilissima e sbagliano coloro i quali, emotivamente e con incredibile leggerezza, vogliono vedere spiriti e fantasmi ad ogni angolo del mondo. Benché ciò suoni paradossale, il rientro nella dimensione umana per noi coincide con una regressione nella morte; solo la morte del corpo viene, al contrario, vissuta come una liberazione… A meno che, come nel mio caso, tutto ciò non venga predisposto in funzione di uno scopo preciso.

      D. – Nel 1945 per te c’è, come dire?, un colpo di scena, anche se previsto. Il nostro/tuo medium inizia contatti col tavolino e nel 1946 cade in trance. Dopo chissà quanto tempo hai l’occasione di rivolgerti ad un essere umano in modo verbale. La domanda ricalca la precedente: quale fu il tuo primo coinvolgimento?

     Ci fu in te una particolare risonanza emotiva, ammesso che si possa parlare di emotività per uno Spirito?

ENTITÀ Andrea

      Devo dire che la prima volta che ebbi l’occasione di poter comunicare, fui più che altro colpito dalle emotività, dalle sensitività dei presenti, dagli atteggiamenti mentali, sicuramente dalle paure, dalle ansie, dalle preoccupazioni. Fui colpito da quello che definireste le vostre anime: cioè dal fatto che questi spiriti incarnati, cioè voi presenti, vi eravate modificati, eravate diventate anime e contemporaneamente anime e corpi. Perché questo?

Perché per avvicinarmi e comunicare, io stesso mi ero rivestito di un’anima, mi ero cioè ricalato nella materia, presentandomi con la voce, il linguaggio e la modalità con cui mi manifesto in questo momento, ma senza poter cogliere il senso emotivo dell’incarnazione. Dunque il primo incontro fu tra le nostre anime e questa fu la cosa che in qualche misura mi colpì, nel senso che pur vedendo principalmente i vostri spiriti, di questi espressivamente ne vedevo l’anima che era quella che si muoveva insieme al corpo in quel momento. È una cosa abbastanza complessa. Tenete conto che le prime volte possedevo un vocabolario piuttosto grezzo e limitato e che dovevo dare al linguaggio una sorta di taglio che fosse anche psicolinguistico, affinché poi io partecipassi oltre che con la parola anche con qualche emotività espressiva con qualche passionalità discorsiva, che insomma non fossi soltanto una asettica voce che stava lì a comunicare. Spero che possiate capire quanto intendo dire: nel momento in cui parlo mi accorgo di dare delle intonazioni, di creare delle pause, di dare una passionalità, di dare un accaloramento, un calore, di sostenere con aggettivi certe proposizioni. La prima volta possedevo tutto questo in una maniera molto informale, molto atipica, forse anche non molto buona e la prima cosa che mi colpì fu proprio il linguaggio di questi spiriti presenti, che era diventato già un linguaggio d’anima, cioè il linguaggio dei viventi con tutta la ricchezza sensoria, emotiva, partecipativa. Fu questo il primo incontro, al di là di quello che ci dicemmo, perché quello che potemmo dirci era di un valore secondario rispetto a questa prima esperienza diretta che peraltro è la stessa di qualsiasi trapassato che ritorni per un qualsiasi motivo a contatto con l’uomo.

      D. – Dal tuo punto di vista, atemporale ed eterno, come sperimenti e percepisci i velocissimi mutamenti storici che stiamo vivendo?

ENTITÀ Andrea

      Collegherei questa mia risposta alla domanda di prima perché questa fu una cosa di cui mi occupai le prime volte che cominciai a comunicare, nel senso che inevitabilmente il mio spirito era attratto dalla Terra attraverso il medium e la seduta, e quindi, benché io da spirito conoscessi la situazione, l’impatto con la Terra invece fu un po’ diverso, nel senso che le verifiche dettagliate e analitiche dei cambiamenti che c’erano stati, durante la seduta le vivevo attraverso le domande, le osservazioni dei presenti e la possibilità che il medium ci dava — e ci dà ancora — di osservare direttamente la realtà. In fondo per me c’è un doppio medium: quello fisico dato dal nostro medium reale e c’è il medium anima, animico, quello di cui devo circondarmi per poter accedere alla Terra: quindi io comunico attraverso un doppio medium, un doppio tramite. Dunque i mutamenti a volte ci sorprendono, a volte ci incuriosiscono, a volte vorremmo chiedervi spiegazioni su molte cose. La maggior parte delle risposte, comunque, io le ottengo attraverso la medianità e attraverso l’osservazione che faccio col mio medium. Non sempre capisco bene e capisco tutto, ma non importa; talvolta si tratta di conoscenze marginali, e quindi non fondamentali. Quella che naturalmente è la mutazione storica vera e propria della natura dell’uomo, è diventata poi una verifica diretta la quale, pur conoscendo la media evolutiva, è una cosa completamente diversa. Ovviamente lo spirito che si incarna, la verifica diretta la fa vivendo con una esperienza che è finalizzata: quindi una incarnazione volta ad uno scopo. La stessa cosa ho dovuto fare io. In realtà il tempo in cui sono stato e continuo a stare insieme a voi e al medium, rappresenta per me anche un’esperienza. E già dissi che non si tratta soltanto di un’esperienza che trasferisco a voi, ma anche di un’esperienza che faccio io; dunque anch’io mi arricchisco da questa specialissima incarnazione qual è stata ed è questa mia presenza che non è soltanto di guida del medium (perché le guide normalmente tacciono agli altri uomini) ma di una guida partecipativa, poiché appunto partecipa all’evoluzione e modella e suggerisce l’evoluzione, inquantoché la mia presenza ha costituito e costituisce uno stimolo evolutivo per tutti quelli che incontrano le nostre lezioni, le nostre conversazioni, la nostra dottrina. In questa maniera noi ci rendiamo conto — io personalmente poiché la domanda è specifica — delle mutazioni che sono intervenute dall’epoca in cui sono vissuto l’ultima volta, ad oggi.

     D. – Hai detto spesso di conoscere bene i nostri spiriti: come li percepisci o, meglio, li appercepisci in questa condizione di forzatura entro una materia?

ENTITÀ Andrea

       C’è sempre una separazione netta: i vostri spiriti sono una cosa diversa dalla vostra psiche e dal vostro comportamento. Io percepisco bene il vostro Spirito in quanto essenza qualitativamente di natura divina. Le altre parti di questo spirito, che sono quelle dell’anima, vengono percepite (ora che ho raggiunto una buona capacità di penetrazione), in una forma un po’ più traslata. Ovviamente all’inizio le cose non stavano proprio così; adesso ho raggiunto una buona capacità di vedere e intravvedere, però la distinzione c’è e in base a questa distinzione io posso, per esempio, assolvere o capire il vostro spirito e non assolvere i vostri corpi, perché c’è (e la vediamo) questa frattura continua fra il vostro comportamento — cioè il vostro modo di apparire psichico al mondo e di relazione con esso — e ciò che invece lo Spirito è in se stesso. Spirito che, come sapete, è molto spesso vittima di questa trappola che è il corpo in cui sta vivendo la sua attuale esperienza.

      D. – Che senso riveste agli occhi di un ente che vive l’eternità, il breve arco della vita umana?

            Ed il panico che coglie noi uomini nel lasciarla?

ENTITÀ Andrea

      Normalmente quando si parla della morte si parla di qualcosa che per noi è sempre sorprendente perché, come voi ben sapete, per noi la morte è il momento dell’incarnazione. Poi, diventati esseri umani, la morte è il momento in cui si lascia l’incarnazione. Da un punto di vista strettamente emotivo, se di emotività si può parlare, noi siamo sorpresi che l’uomo non riesca ad educarsi alla morte, però riusciamo a capire bene tutto questo e dunque non ci sorprendiamo delle vostre paure, delle vostre angosce verso la morte. Tuttavia su questo argomento si potrebbe dir tanto, ma fondamentalmente il problema è questo: la diseducazione alla morte è una deficienza molto grave nella vostra formazione mentale. È molto grave, perché veramente voi vivete la morte, la paura della morte, in maniera drammatica, finanche i religiosi o le persone che per altri versi seguono la nostra dottrina continuano a vivere visceralmente la paura della morte; la quale evidentemente è una paura sovrastrutturale, indotta dall’ignoranza rispetto alla conoscenza della teoria della morte e della sopravvivenza. E naturalmente è una cosa molto grave questa ignoranza, perché la morte è, contrariamente a tante altre esperienze, una cosa cui sono assoggettati tutti gli esseri umani e tutte le persone care che circondano ogni singolo soggetto; dunque è un’esperienza ineliminabile e presente sempre nella vita di tutti. Si nasce per dover morire e sarebbe logico che, in qualche misura, una qualsiasi forma culturale facesse partecipare l’uomo ad una conoscenza, ad una meditazione, insomma ad una rappresentazione della morte come fatto necessario, inevitabile, soprattutto da affrontare in un certo modo affinché, appunto, si possa eliminare l’angoscia, la paura, il terrore, il panico di questo evento. Inutile raccontarvi e dirvi quello che succede dopo la morte: ne abbiamo parlato spesso, ma forse neppure in abbondanza come l’argomento meriterebbe. In ogni caso è una grave lacuna che nella cultura umana e nella cultura religiosa non sussista una conoscenza culturale della morte, che impostasse psicologicamente i singoli soggetti viventi ad affrontarla. Lo ripeto: se c’è una conoscenza sorretta dalla fede, da una ricerca atta ad auto-convincersi che si tratta di una rinascita, se di morte si deve parlare, questa è piuttosto legata all’incarnazione che non alla dipartita.

     D. – Per concludere: potresti rivolgerti a chi ci leggerà con un consiglio, una parola, un suggerimento?

ENTITÀ Andrea

      Reputo utile suggerire di curare più attivamente il piano della propria conoscenza, cioè di attivarsi e trasformarsi da esseri passivi in essere attivi. La conoscenza non deve essere appresa dall’esterno, ma deve essere prodotta dall’interno; quindi il suggerimento, affinché l’uomo possa conquistare un minimo di felicità, di benessere e di coordinamento, è quello di promuovere nel proprio interno la ricerca dell’amore, la ricerca della verità, la ricerca di Dio, e non vivere passivamente la vita aspettando che qualcuno dalla Terra o dal cielo gli porti verità già confezionate, già preparate. L’evoluzione si costruisce con la ricerca e il lavoro individuali e non attraverso quello degli altri.

a cura di (in ordine alfabetico)

Carlo Adriani, Fiorella Contestabile

Daina Dini, Corrado e Lia Piancastelli,

Antonio Piedisacco, Angelo Spina,

Guido Taricco, Edy Zaccaria, Elio Waschimps

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