CRONACHE DEL TRAPASSO.

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D. – Allo Spirito quanto tempo occorre per rendersi conto della morte del corpo?

A. – Nel momento della morte in genere la coscienza c’è, poi la si perde. In quel momento l’entità è letteralmente sveglia e qualche volta può anche essere ossessionata dalla propria “morte” e ciò dipende anche dalla sua evoluzione. Essa rimane sveglia in genere fino all’inumazione. L’entità talvolta accompagna il proprio cadavere da sveglia, poi cade in letargo e si risveglia dopo un tempo che varia secondo la sua evoluzione, come sapete essa talvolta stenta a riconoscersi nel morto. Un esempio tipico: un’anima lascia il corpo, esso muore, ma l’entità non se ne accorge, non sa di essere “morta” e continua con i propri pensieri a muoversi nell’ambito fisico del corpo, a parlare, magari a chiamare aiuto, a cercare, allora si accorge che gli altri piangono, si disperano, e così si rende conto di essere morta. Un altro caso limite sono le morti improvvise. Una persona cammina per strada e per un accidente qualsiasi le salta via la testa, insomma muore all’istante. Ebbene, l’entità, l’anima può non accorgersi subito di questo e può continuare a muoversi nella direzione abitudinaria del corpo, verso casa per esempio, verso il posto di lavoro, finché si accorge da alcuni smarrimenti e dalla mancanza di presa sulla realtà che qualcosa non funziona, allora si accorge che è avvenuta la morte del corpo. Però queste sono eccezioni, anche se numerose e quotidiane.

In linea generale, quando la persona muore nel proprio letto in “grazia di Dio”, diciamo, cioè quando è discretamente inserita in una problematica metafisica e accetta la morte, l’anima sa che sta per allontanarsi e di fatto si allontana appena il corpo muore, ma non del tutto, resta collegata a esso. La separazione completa e totale avviene quando si tronca il perispirito che è una specie di cordone ombelicale che unisce l’anima al corpo. Il corpo, sostanza essenzialmente bioelettrica, è legato all’anima attraverso un cordone, praticamente, un fluido di natura elettrica. Quando avviene la separazione, avviene un’inversione, un rallentamento di tutta l’attività bioelettrica, specialmente del cervello, sino alla fine completa. Infatti, il cervello del morto da un punto di vista elettroencefalografico può continuare a dare segni anche per qualche tempo, dopo la morte. Quando avviene la cessazione di questi fenomeni tipicamente bioelettrici, in genere essa coincide con la fine del perispirito. Si tronca un rapporto e l’anima si allontana dal corpo, però essa continua a “vedere”, a “sentire”, continua dunque a vivere nell’ambiente materiale, nella camera dove c’è il corpo e lo segue talvolta finché lo vede sepolto. Cessato completamente questo rapporto, l’anima è libera e in quel momento comincia in genere anche il periodo di letargo. L’anima cade in sopore, in una specie di sonno e si risveglia dopo qualche tempo. Naturalmente, nel periodo di veglia, cioè di piena coscienza, l’anima è soggetta a vari traumi. Il trauma più forte lo riceve non tanto dalla morte del corpo, perché anzi può darsi che ne sia felice, quanto dal dolore di coloro che ama. La cosa più terribile è il pianto dei propri cari, la loro desolazione. Perché essa è amara, nel senso che mentre il sopravvissuto ha la netta sensazione di aver perduto l’oggetto amato, l’anima invece sa (e in quel momento è la sola ad averne la sicurezza assoluta) di non essere morta, sa che la sua personalità, la sua individualità è lì, viva; sa che gli altri piangono una morte che in realtà non c’è, è l’impotenza, l’impossibilità di poterlo dire ai propri cari, di poter dire: “Non piangete, io sono vivo, io sto qui”, è l’aspetto più traumatico della morte. Ecco perché noi abbiamo sempre cercato di dirvi (ma sappiamo che è impossibile): “Non piangete amaramente i vostri morti, se veramente volete far cosa grata a chi è nell’altra vita; cercate di essere, non lieti, ma confortati. L’anima, vedendovi confortati, convinti soprattutto che state piangendo soltanto la perdita di una cosa umana, mentre in cuor vostro sapete che ella è viva, ne rimane molto confortata”.

L’anima non desidera fiori o funerali solenni, oppure una tomba bellissima, no! L’anima continua ad amarvi e vuole la vostra pace, la vostra felicità. Da questo trae conforto e si allontana contenta. Per due ragioni: prima di tutto perché ha riacquistato la sua libertà di Spirito (l’anima tende essenzialmente all’altra vita perché è la sua vita); in secondo luogo essa è confortata perché per l’anima non c’è separazione, essa sa che prima o poi i sopravvissuti moriranno e li ritroverà, l’anima questa sicurezza ce l’ha. Voi non siete sicuri fin quando siete vivi, ma l’anima è sicura di tutto questo e dunque essa non ha da piangere per la propria morte e si dispera soltanto per il vostro dolore.

D. – Questa disperazione è un ostacolo alla sua libertà?

A. – Il letargo serve anche a questo, prevede anche questo. Quando l’anima si risveglia ritrova sempre più confortati coloro che ha lasciato e osservando poi le cose da un punto di vista più maturo, anche il dolore dei propri cari lo tocca sempre di meno. Sì, questa è la situazione, naturalmente con varie sfumature, secondo le circostanze, secondo la maniera di come si muore, secondo l’evoluzione di chi muore. In linea di massima c’è anche da dire che il trapasso in se stesso non è mai veramente doloroso. Vedete, in sono venuto sulla Terra diverse volte, ho svolto anche diverse missioni, cioè incarnazioni non necessarie, ma che dovevano essere fatte per ragioni che non posso spiegarvi (Riteniamo che sul piano umano qui sarebbe stato necessario e utile porre delle domande, non certamente per conoscere particolari ma il senso e l’aspetto pratico delle “missioni” in Terra del Maestro Andrea. Siamo cioè di fronte al tipico esempio delle difficoltà e incapacità pratiche in seduta di analizzare e cogliere spunti ed elementi d’indubbio interesse conoscitivo. – Nota del Curatore.). Dunque il travaglio della morte l’ho avuto molte volte, ma non ne ho mai sofferto, e non perché io avessi un’evoluzione che non consentiva la sofferenza, perché la morte in sé non c’entra con l’evoluzione, vedete. Anche la persona più evoluta può avere dei traumi, perché influiscono molto le ragioni psicologiche, l’educazione ricevuta, l’attaccamento alla vita; fatti viscerali, umorali, umani, materiali che non c’entrano niente con lo Spirito. Avete l’esempio classico della sofferenza di Cristo davanti alla morte, del Cristo che in realtà non voleva morire; pure essendo necessario, pure sapendolo, Egli davanti alla morte la rifiuta. Quindi tutto questo non c’entra.

Il momento del trapasso non si avverte, effettivamente è come addormentarsi, e voi sapete benissimo che l’attimo esatto del sonno sfugge, nessuno è capace di ricordare coscientemente l’esatto momento del passaggio tra veglia e sonno; si muore esattamente così. Perché il sonno è veramente il passaggio da uno stato di coscienza a uno di incoscienza, è la morte dal punto di vista cerebrale, è uno stato di incoscienza che subentra a quello di coscienza. È esattamente tale e quale, quindi non state a scervellarvi o a scrutare sulla faccia dei moribondi come muoiono; si muore come ci si addormenta, esattamente così, vi possono solo essere sofferenze fisiche, ma anche quando le avete, nel momento in cui vi addormentate non ve ne accorgete. Il passaggio della coscienza all’incoscienza della morte è indolore.

D. – L’anima conserva la visione delle persone care di quando era incarnata?

A. – La conserva fino a un certo punto, fino a quando è sveglia; dopo la conserverà ancora, poi lentamente queste immagini umane sbiadiranno. Ciò dipende molto dall’evoluzione. Perché, vedi, questi ricordi dipendono dall’anima, cioè dalla struttura più materiale che involge lo Spirito. Tanto meno anima si ha – cioè parte materiale – tanto più incerti sono i ricordi, le memorie materiali. Perché queste memorie “materiali” sono incise nell’anima, così come durante la vita sono incise nel cervello. Quindi perdendo questa struttura animica, lentamente si disperdono anche i ricordi e le memorie di tipo umano.

D. – Se io chiedessi di mio padre e tu potessi farlo venire pensi che ne soffrirebbe?

A. – Dipende dall’evoluzione di tuo padre. In genere non vi è nessuna sofferenza nell’avvicinarsi qui come principio generale; vi sono però naturalmente tante altre circostanze. Per esempio, se me lo chiede un figlio il quale sarà grandemente travagliato allora do un fastidio all’entità, perché la tolgo da una zona di “pace”, se così si può dire, e la riporto ancora a contatto con la materia, con un dolore umano che ha potuto dimenticare. Ecco, allora, che in certe circostanze non posso farlo. Però se tutto questo non c’è, non succede niente.

Vorrei dire anche un’altra cosa: non crediate che tutte le entità possano venire, un gran numero di esse non può avvicinarsi alla Terra; sia per la loro evoluzione, quindi per un fatto proprio spirituale, sia per il fatto tecnico materiale di non poter parlare attraverso il medium. In ultimo, cosa molto importante alla quale nessuno pensa, c’è da dire che l’entità può darsi che non voglia venire, come spesso è capitato. Ciò varia secondo i casi. Io parlo in linea di massima e non mi riferisco a nessuno in particolare. Prima di tutto può darsi che l’entità non voglia venire proprio per ragioni spirituali, cioè non intende avere più contatti con la Terra, non gliene importa più niente. Può darsi che non gliene importi più niente proprio delle persone che la vogliono, che la evocano; perché sono state indegne o perché non l’hanno più amata, oppure perché l’hanno completamente dimenticata e la richiamano soltanto per curiosità. Per ragioni spirituali l’entità può anche non voler essere turbata da persone che ha amato, che l’hanno amata, e rifiuti quindi di avvicinarsi alla Terra. Vi sono spesso ottimi motivi. È chiaro, inoltre, che le entità vengono di loro spontanea volontà e che io non posso obbligare nessuno ad avvicinarsi se non vuole.

D. – Come vi “vedete” tra di voi?

A. – Non ci vediamo, ci “sentiamo”. È logico, non abbiamo corpo, non abbiamo forma, non esiste quindi un tale normale riconoscimento; non abbiamo un nome, un cognome o una sigla per riconoscerci. Valgono le affinità, la sensibilità di carattere proprio spirituale, il riconoscimento avviene a questo livello.

D. – Quando lo Spirito, ancora avvolto dall’anima, si risveglia dal sonno letargico, a chi si rivolge? Esiste, tanto per intenderci, una specie di gruppo che lo riceva nella nuova dimensione?

A. – Accade in certe circostanze che incontri subito il suo Spirito-guida, cioè esso lo accoglie nel momento del risveglio. Ma al risveglio, in realtà, c’è come una sensazione di smarrimento. Bisogna anche pensare che per l’anima che si risveglia avviene più o meno, come dire, come un francese che abbia abbandonato la sua terra e vi ritorni dopo cinquanta, ottant’anni, cioè un po’ smarrito, pur essendo quella la sua terra, la sua casa. Poi ritroverà il suo ambiente, la sua vita e se stesso. Lo Spirito, in fondo, non è nuovo alla vita spirituale perché è uno Spirito e già viveva come tale prima dell’incarnazione in Terra. Naturalmente, il trauma dovuto alla vita umana crea una sorta di smarrimento che viene placato, chiarito dallo Spirito-guida o da qualcun’altro. Insomma, l’entità che trapassa non resta sola e abbandonata in un mondo di mistero. Poi, in realtà, c’è molto poco mistero. Dal vostro punto di vista capisco benissimo come tutto possa sembrare misterioso, strano e straordinario, ma in realtà non è così.

Vedete, a un certo punto anche voi dal vostro punto di vista, siete straordinari, e siete così strani come uomini che quasi si stenterebbe a pensarvi come esseri viventi. Dal nostro punto di vista è così, con le vostre limitazioni e tutta la vostra vita così piccola e minuta che per voi invece è molto importante. Così si ribalta la questione. In realtà non c’è mistero, una volta acquisite due o tre nozioni fondamentali, visto che veramente esiste la vita dello Spirito, la sua eternità, la perfezione della legge, una volta accettate in pieno, queste cose fondamentali tolgono gran parte del mistero che per voi c’è, proprio a causa della barriera tra la vita e la morte: un mistero dovuto quindi all’ignoranza.