GATTI E CANI TRA RAGIONE E FEDE

cani e gatti

Sopravvivrà qualcosa di loro o si tratta solo di cellule organizzate?

Per una rivista di parapsicologia come la nostra, il titolo di quest’articolo apparirebbe spiazzante se l’argomento non interessasse più soci di quanti se ne possa supporre. Infatti molti ci chiedono pareri sul loro affetto, spesso oltre ragionevole misura, per i loro animali domestici e, in particolare cosa ne sarà di loro una volta che saranno morti. Altri ancora aggiungono qualche curiosità in più, come ad esempio se sia più intelligente il gatto o il cane e, rapportati a noi, che tipo di anima hanno, ammesso che ne abbiano una.

In realtà non è facile rispondere a queste curiosità, a meno che non si voglia essere superficiali e semplicistici. Il problema da risolvere non è semplice e io vorrei più discuterne che risolverlo. Anche perché non posseggo il dono della verità e personalmente ritengo che le cose abbiano assai spesso una colorazione grigia, piuttosto che essere bianche o nere. Questo vale per ogni cosa e per qualsiasi relazione umana.

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Cominciamo col premettere che anch’io ho due gatti (ne avevo tre a gennaio, ma uno è morto), uno, maschio, si chiama “virgola” e l’altra, femmina, completamente nera, si chiama “ninja” (si pronuncia “ningia”), come i guerrieri giapponesi che in virtù delle arti marziali scalano i muri. “Virgola” è una tigrata bellissima, sembra una vera tigre in miniatura, l’altra è, in tutto e per tutto, una piccola pantera dagli occhi verdissimi. La sera salgono sul letto ad una certa ora e aspettano che io mi corichi per accoccolarsi di fianco come personcine bene educate. Addirittura ninja si stende per tutta la lunghezza e poggia la testolina sul cuscino che era di mia moglie. La tigre, a sua volta, se vede che io mi vesto per uscire di casa sale sulla cassapanca, mi guarda fisso e comincia a miagolare come per chiedermi di restare a casa con lei. Sarà infantile, ma io le rispondo come a un bambino: papà torna presto, stai tranquilla. L’altra, la pantera, è più sorda o più sobria ai miei richiami, ma se le dico “passeggiamo per casa” lei mi segue come un cane finché non si stanca di venirmi dietro.

Dico tutto questo per presentarvi un po’ la mia famiglia attuale e anche per farvi capire quanto ami i gatti e, si capisce, anche i cani benché ne abbia avuto solo quando ero ragazzo, a casa di mia madre dove cani e gatti sono sempre convissuti assieme in buona pace. Io credo che s’impara ad amare gli animali domestici se le nostre madri e i nostri padri li hanno amati loro per primi, così come si impara a nuotare immediatamente se anche le madri o i padri sanno nuotare. Personalmente amo tutti gli animali e suppongo che ciò faccia parte dello stesso imprinting iniziale.

Naturalmente tutto ciò vale anche per altri fatti della vita. L’imprinting è tutto, al pari della nostra progettualità interiore verso le esperienze nel mondo.

Ahimè quanto dipendiamo dal modo come siamo vissuti da bambini. Anche i nostri caratteri nevrotici dipendono dal carattere dei nostri genitori, però se parliamo di anime e altre cose dello spirito, dovremmo anche tener conto che siamo creditori o debitori del modo in cui, come sostiene Freud, siamo vissuti nei primi tre anni di vita. I nostri progetti spirituali devono, cioè, fare anche i conti col tipo di madre e padre che abbiamo avuto e del come abbiano favorito o impedito il respiro delle nostre anime.

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Prescindendo dalle divagazioni filosofiche del gatto Murr raccontato da E.T.A Hoffman (che alla morte del suo gatto fece stampare bigliettini listati a lutto) o da altre interrogazioni intorno alle differenze tra la natura umana e animale (dai filosofi dell’antichità ai pensatori arabi e latini del Medio Evo, fino a Montagne, Francis Bacon, Locke, Leibniz, Rousseau, Proust, e altri) al centro della ricerca resta, comunque, proprio il gap tra noi e i nostri gatti o cani, una ricerca che passa, grosso modo, da Crisippo, un filosofo ateniese vissuto 200 anni prima di Cristo, a Plutarco, l’autore delle “Vite Parallele” che dedicò al mondo dei cani un celebre trattato.

Recentemente l’antico quesito è stato ridotto a questo interrogativo: gli animali hanno percezione, come l’abbiamo noi, del loro senso si esistere?…

E’ una domanda che interessa anche noi uomini: qual è il senso col quale, al di qua o al di là della coscienza, noi abbiamo coscienza di esistere?…

Cosa vuol dire “sentirsi vivi” e sapere di essere esistenti? C’è una specie di “tatto interno” che ce lo dice, ma questo tatto ce l’hanno anche i cani e i gatti, i pesci, gli uccelli, i leoni, i serpenti, i gamberi e i calamari?

Per chi mastica almeno un po’ la filosofia l’intero questionario intorno a tali problemi, come è noto, fu riassunto, nella famosissima (e poi criticatissima) formula di Cartesio “cogito ergo sum”, penso, dunque sono. Ci si interroga, però, anche sul contrario, come già si era espresso Aristotele, e cioè la formula, “sentio ergo sum” che si traduce in “sono, dunque penso”. Chi dei due coglie nel segno?

E’ in questa seconda formulazione aristotelica – che sposta l’accento dalla sfera razionale a quella percettiva – che il problema uomini-animali resta ancora aperto, nonostante l’ultimo libro di Daniel Heller-Roazen il quale ha recentemente pubblicato (dall’editore Quod libet “Il tatto interno. Archeologia di una sensazione”), l’affascinante panoramica relativa alla percezione che abbiamo di noi stessi da quando nasciamo fino alla morte. Ma non ha risolto il nostro problema.

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Recentemente è apparsa sul settimanale New Scientist una ricerca scientifica che ha parametrato le differenze tra cani e gatti.

Prima di parlarne, occorre fare, però, una precisazione fondamentale, altrimenti rischiamo di cadere nella retorica più becera.

L’attività mentale è prodotta dal cervello, il quale è destinato a morire e a tornare, come suol dirsi, alla madre terra con il resto del corpo. Anche se conosciamo ancora assai poco sulla coscienza, però una buona definizione ci dice che essa è deputata a percepire se stessa e il mondo della realtà, a formulare idee, avere consapevolezza, creare, imparare, cambiare, produrre conoscenza, coscienza sociale, ordine etico, ricerca, ecc. … … Nella nostra mente si configurano, dunque, due livelli: quello psichico dell’Io e quello etico-creativo che lo spiritualismo ritiene appartenente alla sfera del Sé o anima. Noi abbiamo coscienza di vivere se pensiamo, ma questa è un’attività autoriflessa, nel senso che ci garantisce l’esistenza di una vita interiore autonoma rispetto al cervello.

In senso traslato avere coscienza può anche significare che siamo svegli, non siamo addormentati o svenuti o in coma. In senso più psicologico la coscienza indica, in modo più sottile, soprattutto la consapevolezza che l’uomo ha dei propri stati mentali: percezioni, intuizioni, sentimenti, idee, tristezza, felicità, progettualità, quindi una vita interiore al di là di ogni polemica o credenza. E’ in questa accezione che si pone il rapporto tra la coscienza come vita interiore e l’anima e tra la vita oggettiva del corpo carnale e quella soggettiva della mente ideale: ma questo è un altro discorso assai più complesso. Resta, però, l’eco secolare di questa discussione, che dobbiamo riportare al senso comune: la vita interiore c’entra qualcosa con il cervello?… Ovvero: qual è l’influenza del cervello sulla manifestazione dello stato soggettivo (spirituale, creativo, ecc. …) oppure tutto è prodotto dai neuroni, compresa l’idea che abbiamo un’anima a partire dalle cellule?…

Riduco il problema al rapporto tra cervello umano e quello animale, altrimenti il discorso si allarga e si sperde sia nella filosofia che nelle neuroscienze.

I dati a disposizione ci dicono questo: il cervello umano è costituito da cellule o neuroni in numero oscillante da 10 a cento miliardi, il cervello del cane ha 160 milioni di neuroni e quello del gatto 300 milioni. La differenza con l’uomo è, quindi, abissale. Questo significa anche, però, che il gatto è più intelligente del cane. Tra l’altro, nel mondo, vi sono più gatti (apparsi tra i 5 e i 9000 anni fa in Egitto) che cani (204 milioni contro 173) e gli studi a cui sto facendo riferimento concordano sul fatto che i gatti pensano, sognano e le loro fusa avrebbero un potere terapeutico perché abbasserebbero la pressione alta, produrrebbero azione antistress e agirebbero sull’ansia e finanche sull’insonnia.

Acusticamente i gatti hanno sviluppato un miagolio molto simile ai neonati umani, sono superiori ai cani per vista, udito e olfatto essendo provvisti di almeno 200 milioni di recettori olfattivi contrariamente ai cani che ne hanno di meno. Tuttavia nella scala di comparazione i cani superano i gatti per la loro utilità alla vita umana, per esempio possono cacciare, guidare i ciechi e i bambini, fare la guardia, attivare soccorsi e svolgere lavori di assistenza e di polizia. Inoltre i cani comprendono meglio le parole e gli sguardi e sono più collaborativi dei gatti, nonché più ricettivi e ambientalisti. Attualmente, avendo accertato che molti animali, oltre i gatti e cani anche i delfini, le balene, le scimmie e i cavalli, tra loro comunicano (e capiscono qualche centinaio di parole umane), presso la Northem Arizona University, sono in corso ricerche ed esperimenti per creare un traduttore del linguaggio animale, praticamente un computer traduce simultaneamente i suoni animali in linguaggio umano. L’affascinante problema è ancora tutto da svolgere e dimostra quanto poco sappiamo, al di là degli stereotipi convenzionali. Però sia i cani che i gatti non sono produttori di etica ma di istinti, cioè non fanno valutazioni morali o deduzioni intellettuali, non sono creativi, ma obbediscono al puro istinto selvaggio della natura, mentre l’uomo obbedisce (quando e se lo fa) alle leggi umane, ai diritti civili e alle costruzioni etiche, pur non avendo abbandonato del tutto l’istinto primordiale della natura. Al momento è questo lo schema che, per onestà intellettuale, definirei convenzionale perché parte dal preconcetto che l’uomo sia superiore a qualsiasi animale in quanto possiede lo spirito divino mentre l’animale di divino avrebbe soltanto il soffio della vita. Anche per questo discorso non vorrei impantanarmi in una discussione che resterebbe teorica e senza prove, per cui è meglio affidarsi ai fatti così come si presentano ai nostri occhi.

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I fatti sono semplici: per fare le cose che facciamo noi (costruire ponti, affrescare la Cappella Sistina o comporre il Requiem di Mozart o andare sulla Luna) i cani, i gatti, i delfini, i serpenti e le vongole dovrebbero accrescere il potenziale dei loro neuroni e la differenza non è da poco in quanto si passa dai circa 300 milioni del gatto ai cento miliardi dell’uomo. C’è, però, l’enigma del DNA che nella scimmia è quasi prossimo al DNA umano. Ma mentre il DNA designa una scala di valori fisiologici ed ereditari conservativi della specie, sono le connessioni delle cellule nervose a creare lo stato di coscienza e consapevolezza, che non è cosa da poco, tanto è vero che noi umani, lungo la scala evolutiva abbiamo creato la cultura e organizzato la società a modo nostro, mentre il regno animale è rimasto eguale a se stesso lungo un decorso di decine di migliaia di anni ispirato non alle leggi della cultura ma a quelle della natura, Questo significa che lo stato di coscienza del regno animale è fermo, mentre quello umano è in continuo movimento trasformativo e qualitativo. 65

L’aggettivo “qualitativo” in questo nostro discorso è fondamentale, anche perché si accompagna all’ovvia constatazione che noi siamo anche soggetti creativi, permutativi e interpretativi. Senza l’aggettivo in questione mi riuscirebbe quasi impossibile parlare della mia anima, a meno che non voglia farlo per fede.

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Resta l’ultimo punto del problema. Allora cosa accade, degli animali, dopo la loro morte?… Per la verità sarebbe molto interessante capire bene anche cosa accadrà a noi, quando saremo morti.

Per la nostra sorte esistono, come tutti sanno, moltissime opzioni secondo le credenze e le culture che si sono succedute nel corso della storia umana. Anche la parapsicologia offre la sua soluzione, ma resta il fatto che non ne abbiamo esperienza personale diretta e dobbiamo aspettare l’ultimo minuto per renderci conto di ciò che ci sta realmente accadendo. La fede può risolvere ogni risposta, ma la fede non è una conoscenza scientifica, Tecnicamente, per quanto riguarda noi umani, avremmo la possibilità che qualcosa di noi sopravviva perché possediamo una dimensione interiore che, al contrario, gli animali non hanno, altrimenti durante i secoli si sarebbero evoluti come noi. Il loro stare fermi da migliaia di anni ci dice che la specie animale è immobile e i cambiamenti non superano le previsioni di una scala darwiniana, mentre noi ci prefiguriamo uno spirito che lotta, da secoli, per evolversi e per cambiare il mondo. E se loro, i cani, i gatti, i delfini e altri animali, non hanno una vita interiore e etica, è assai probabile che di loro non resterà una traccia permanente, ma forse solo provvisoria fino a dissolversi. La conclusione è spiacevole ma dobbiamo dare a questo problema una risposta logica, non una risposta emotiva. Anche di noi, cioè del nostro Io, non resterà niente perché l’Io è legato a quei cento miliardi di neuroni di cui abbiamo parlato, mentre la parte profonda, che non è assoggettata all’Io, quella sopravvivrà, benché non sappiamo come.

E’ l’esistenza interiore che vive, cioè la mia soggettività che è quella porzione del Sé che decide, che è consapevole di esistere, che stabilisce l’etica e le ragioni morali del vivere, che mi dona l’autoconsapevolezza che io esisto e sono in grado di capirlo. Sono tutte qualità che io ho ma non il piccolo tigrotto che ho accanto e che, mentre sto scrivendo, guarda le mie mani che battono sui tasti del computer ma non capisce cosa sto facendo perché è attratto solo dal movimento delle mie dita. Anch’io vorrei ritrovare le mie piccole belve domestiche e le persone che ho amato, ma devo usare la ragione e non il sentimento, perché è solo così facendo che produco conoscenza. In questo modo entro nella ragione scientifica e esco dalle credenze che sono quasi sempre illusioni. Non ne sono consolato, lo ammetto, ma non ho altra strada se voglio evitare di rendere la mia vita una continua mistificazione, un perfido lucido inganno.

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Però non crediate che le cose stiano come le ho raccontate. Noi non possiamo sapere, con assoluta certezza, cosa passa per la testa a un cane o a un gatto e facciamo risalire le nostre teorie al principio di esistenza dei neuroni. Perché se è vero che l’esistenza spirituale è autonoma rispetto alle cellule cerebrali, allora potrebbe anche essere possibile che l’animale abbia un’anima che però, nel corso della vita animale non riuscirebbe mai a esprimersi perché gli mancherebbero i neuroni per farlo.

Ma per quest’anima non sarebbe una tragedia? Vivere, ma non poter comunicare che miagolii o guaiti? Essere incompresi a tal punto da trasformare le loro brevi vite in un inferno?

Mi auguro vivamente che non ci sia nulla del genere. Per loro e per noi.

E poi perché solo gli animali superiori? Perché non includere nel discorso le formiche, i vermi, i virus e altri animali che reputiamo schifosi come gli scarafaggi e i topi di fogna?

Comunque un dubbio del genere venne, anni fa, a un famoso filosofo americano, Thomas Nagel, che scrisse un saggio altrettanto famoso che si intitolava cosi: “Cosa si prova a essere un pipistrello”. Per la verità Nagel non crede alla teoria darwinista integrale e ritiene che la natura non spieghi tutti gli eventi della coscienza. Credo che abbia ragione. Inutile dire che il mondo scientifico insorse abbastanza duramente all’uscita, nel 1974, del saggio di Nagel, ma Nagel concettualmente aveva voluto sostenere che la scienza non ci suggerisce in che modo possiamo entrare nella testa di un altro, può solo fornirci analogie. E una di queste potrebbe essere quella che senza i neuroni non c’è una vita interiore dal momento che non c’è neppure una vita autoconsapevole e cosciente. Ma anche le religioni guardano al problema in modo discutibile, perché secondo la Chiesa solo noi umani risorgeremmo dalle tombe, ma non i cani e i gatti e neppure gli agnelli sacrificali o le grandi scimmie che pure ci somigliano tanto e sono i nostri antenati.

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In realtà torniamo sempre al problema della soggettività di cui possiamo esserne consapevoli se riferita a noi stessi, ma ipotetici quando parliamo della soggettività altrui perché siamo costretti a servirci dell’analogia: se penso io certamente pensa anche l’altro. Ma è veramente sempre cosi? Se io penso perché ho 100 miliardi di neuroni, chi non ne ha non esiste.

Voglio comunque raccontarvi un episodio che molti, a suo tempo, ritennero paranormale. Durante una conferenza a Salò proprio mentre raccontavo il saggio di Nagel sui pipistrelli, dalla finestra aperta, proprio in quel preciso istante, entrò un vero pipistrello che si mise a volare all’impazzata, forse perché impaurito, sulle teste di un centinaio di presenti, per poi uscire nuovamente da dove era entrato.

Adesso pensatela come volete. Io vi ho raccontato la storia dei cani e gatti e poi del pipistrello di Nagel e di quello che è entrato dalla finestra durante la mia conferenza.

I due felini di casa mi guardano e aspettano una carezza. Fisso i miei occhi in quelli verdissimi e spalancati della pantera nera e le sto sussurrando scandendo le parole nella speranza che le capisca: ma tu lo sai chi sono io? E’ in questi momenti che la mia filosofia vacilla. Mi immagino di saper pronunciare una miao a modo loro e fraseggio nei toni alti e bassi per copiare il loro miao. Qualche volta miracolosamente rispondono e ho l’impressione che mi fissino in modo diverso, ma il guaio è che io stesso non so cosa significhi, per loro, il miao che pronuncio assai buffamente o se non pensano di avere per padrone un idiota che crede di essere un gatto.

Corrado Piancastelli

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