REINCARNAZIONE, IPNOSI REGRESSIVA, FORMAZIONE E CRESCITA

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Antonio Sbisà*

REINCARNAZIONE, IPNOSI REGRESSIVA, FORMAZIONE E CRESCITA

L’ipnosi occupa un ruolo di grande importanza nel quadro generale del problema «anima» e si inserisce « a pieno titolo nella parapsicologia, specialmente in riferimento agli ormai molteplici casi di regressione — nel corso di sedute ipnotiche guidate a tal fine — ad una ipotetica vita precedente. Al momento vi sono casi, ben studiati, che si spiegano solo con l’ipotesi reincarnativa, benchè molti ricercatori non abbiano il coraggio scientifico di ammetterlo per paura di cadere nel ridicolo della comunità culturale di appartenenza. Comunque in questo momento intendiamo solo sostenere che l’ipnosi regressiva, a parte ogni aspetto clinico e psicologico, interessa la parapsicologia perchè, oltre a rientrare leggittimamente nel quadro degli stati alterati di coscienza, si offre addirittura come «stato sostitutivo di coscienza» o « stato diverso». Senza girarci troppo intorno, l’ipnosi regressiva fa il paio con i fenomeni di reincarnazione di cui, dopo Stevenson (1) non se ne può ignorare oltre l’esistenza. Quindi ci appare logico, da oggi in poi, considerare i fenomeni legati alla eventualità reincarnativa, facenti parte della parapsicologia umanistica e — a latere — quali corollari per una mappatura indiziarla di segni dell’Anima. D’altra parte se dovesse esistere la reincarnazione esisterebbe obbligatoriamente l’Anima e sarebbe matematicamente dimostrata la sopravvivenza al di là di ogni ragionevole dubbio.

  1. Ian Stevenson, REINCARNAZIONE— 20 casi a sostegno, Armenia, 1966 – 1974; id. BAMBINI CHE RICORDANO ALTRE VITE, Mediterranee, 1991

    *Professore Associato alla Facoltà di Pedagogia dell’Università di Firenze

Ma se, anche volendo ignorare l’ipotesi reincarnazionista, si dovesse tener presente che «comunque» il soggetto vive in una realtà che crede autenticamente sua, non dovremmo interamente ripensare la psicoterapia delle nevrosi o i processi educativi del fanciullo (e quindi buona parte della pedagogia) dal momento che come ammette anche Freud non importa molto che i contenuti dell’inconscio siamo veri, quanto il fatto che il soggetto li creda tali? E d’altra parte dobbiamo cadere nel ridicolo sostenendo, per amore di un ortodossia scientifica alla quale non dobbiamo alcun dovere morale di essere fedeli, che il comportamento paranormale non esiste per il solo fatto che i fenomeni non sono riducibili entro il metodo stesso?

E ancora: e se veramente tutti quanti noi siamo già venuti altre volte, con quale criterio vorremmo «conoscerci o «curarci», ignorando le radici, cioè un passato a cui saremmo indossulubilmente legati, nel nostro sconosciuto interno, da trame e avviluppi intricati e lontani più. dell’incoscio stesso? Oppure: se anche non esistesse la reincarnazione ma dovessimo dimostrare che comunque abbiamo un’Anima, questa non avrebbe, appunto, il suo passato di Anima? Ancora una volta, come è ormai classico fra gli operatori della psicologia umanista, il discorso viene centrato sulla totalità della Persona e gli interrogativi comprendono, olisticamente, l’intero Essere e non le sue parti separate. Per cui la riflessione che segue, di Antonio Sbisà, pedagogo di professione, esprime anche tutta la preoccupazione per la formazione e la crescita della persona quando viene avulsa dal discorso sull’Essere interiore, sulla cui esistenza deve essere espressa almeno una ipotesi filosofica e socio-spirituale. Insomma, secondo tutte le tradizioni filosofiche e religiose quest’Anima dovrebbe veramente esistere: e allora perchè nessuno se ne preoccupa nella formazione e crescita della Persona? perché si tace tanto su un problema così importante? Quali conseguenze sul controllo sociale si avrebbero una volta che gli individui acquistassero piena coscienza e per identificarsi guardassero solo in loro stessi? (CP)

1- Quando lo scienziato od il filosofo, o l’uomo in genere, pongono problemi di verifica e di conoscenza oggettiva, penso che possa essere metodologicamente opportuno applicare la ricerca Kantiana sulle idee regolative. Se la conoscenza intellettuale non può decidere sull’esistenza o sulla verità di un evento o di un fenomeno, l’idea regolativa permette al pensiero di trarre tutte le implicazioni di un concetto, o dell’esistenza di una realtà. In questo modo non si aggiunge una nuova conoscenza oggettiva, ma si interpreta la realtà, oltre i confini in cui la si possa conoscere, «come se» fosse vero il contenuto della idea regolativa. Una buona applicazione delle idee regolative potrebbe essere fatta a proposito della reincarnazione. L’idea che propongo è questa: come vivrebbe l’umanità se la reincarnazione diventasse un’esperienza comune? Ma il tema centrale su cui vorrei insistere é questo: come può essere possibile arrivare a testimoniare un’esperienza della realtà e della formazione tali, che la percezione della nascita e della morte non disturbi lo svolgimento dell’evoluzione, come l’alternarsi dei giorni e delle notti non disturba il dispiegamento della vita? La formazione comune dell’uomo oggi, caratterizzata dai più diversi processi di alienazione e di repressione, impedisce quella maturazione concreta che permette di conoscere direttamente come la morte non esista. Da questo punto di vista, la morte costituisce una colossale proiezione collettiva della distruttività di cui è tessuta la vita comune. Gli uomini credono nella morte perché vivono nella morte, intesa come rinuncia a vivere, e la rinuncia a vivere si esprime con distacco dalle reali potenzialità del proprio essere. Un aspetto determinante di questa rinuncia a realizzare la potenzialità infinite che ogni essere contiene nella propria unicità, si traduce sulla sostituzione della concretezza individuale con una cultura ed una visione di una realtà oggettiva, estranea a noi, che si pone quasi come un assoluto alla nostra evidenza. La ragione si è come separata dalle altre componenti dell’essere ed ha preteso di pensare, organizzare e valutare la realtà, sia in termini statici che dinaminci, come un qualcosa di oggettivo in cui gli individui possono soltanto inserirsi. In questo modo la formazione è diventata un sistema di adattamento all’esterno. Ma si comincia a comprendere che non esiste la possibilità che una razionalità possa guardare e comprendere, come in orizzonte statico, una realtà oggettiva esterna stabile.. L’essere umano può conoscere soltanto nel senso di partecipare integralmente, con tutte le proprie componenti, ai processi formativi individuali che si sviluppano e si intrecciano senza poter vedere e conoscere immediatamente tutto quello che si fà. Lo Spirito divino non passa attraverso la collettività, le istituzioni, le categorie, come si è spesso creduto, ma si fà sentire nelle profondità di ciascun individuo, da dove vuole esprimersi ed espandersi. Ecco allora la necessità di una nuova rivoluzione copernicana, che attribuisca all’individuo non una funzione di consumo o di registrazione dei ruoli, ma una funzione cosmica di creatività, sia come unicità potenziale, sia come mediazione ed espressione fra la natura ed il divino. Le conoscenze, le oggettività, le dimensioni, sono orientate alle funzioni di individuazione. Ecco allora che la possibilità della conoscenza e dell’azione torna all’interiorità umana, non più però come separazione o come evasione dal mondo, ma come praticità plasmatrice e creatrice dell’universo. Tutto questo significa che la formazione si presenta sempre anche come trasformazione: sia che questo termine indichi l’equilibrio dei veicoli (anima, psiche, corpo), sia che indichi la purificazione e la correzione karmica, sia che indichi conversioni, distacchi abbandono di identificazioni precedenti.

In pratica il processo di formazione, stimolando la crescita personale, determina l’evoluzione verso livelli sempre più alti. La stessa reincarnazione appare dunque come un processo teso a facilitare una creatività ulteriore attraverso l’abbandono di identità e condizioni superate. Il processo psicologico della morte e della rinascita testimonia bene questa esigenza. Lo stesso oblio delle vite passate è economicamete utile del resto non si tratta di ricordi essenziali: il nostro essere, nel sentire, nel pensare e nell’agire, è direttamente l’essere che viene dalle vite precedenti. Nella sostanza, noi continuiamo i nostri compiti formativi, con le persone e nelle condizioni che abbiamo scelto. Ovviamente l’abbandono delle maschere sociali e la ricerca dell’essere profondo rappresentano le condizioni necessarie per aumentare la consapevolezza e per ricongiungersi con se stessi. Si può quindi ribadire come la conoscenza oggettiva dipenda sempre dal livello di evoluzione e dalla formazione concreta dell’individuo,. Già discipline come il marxismo e la psicanalisi ci hanno insegnato come senza precise condizioni affettive istintuali e sociali non possa avvenire una concreta effettiva realizzazione dell’individuo. A livello religioso ed esoterico, con il principio dell’iniziazione, sappiamo che soltanto procedendo nell’evoluzione possono essere utili e proporzionate le diverse conoscenze. Non esiste comunque ciò in cui si crede oggi: la possibilità di distribuire oggettivamente e razionalmente informazioni e conoscenze, a prescindere dal livello di esperienze e di evoluzione delle persone. Le persone assimileranno sempre ciò che la loro individuale evoluzione consentirà di capire e di vivere cioè proprio nel senso evangelico delle storiche perle distribuite ai porci.

Un ultimo punto sembra fondamentale. Molti autori ritengono che gli uomini che si affidano ad una fede intensa come appoggio su di un Dio esterno, non faranno mai tutto per realizzare il divino interno a loro. (1) Non c’è dubbio di come possa apparire urgente e drammatico sviluppare il riconoscimento del proprio interno spirituale per ricatturare comunque il divino.

2 – La formazione permanente dell’individuo in un processo infinito può ora essere collegata con il concetto moderno dell’autorealìzzazione dell’individuo. Come una concezione della realizzazione possa incontrare fatalmente il problema della morte, è evidente nell’esistenzialismo. Ma importa ora sottolineare la forza di questo concetto: nel marxismo l’individuo si realizza nel senso che il soggetto umano, se fosse libero, esprimerebbe se stesso, si oggettiverebbe, diventerebbe anche mondo. Nel rapporto dialettico fra soggetto ed oggetto, si parla di naturalizzazione dell’uomo e di umanizzazione della natura. La repressione di questo processo comporta l’alienazione, l’individuo diventa altro rispetto a sè, e alla reificazione: diventa una cosa nell’ingranaggio sociale. Ecco dunque accennato un concetto positivo di creatività umana, in cui il soggetto si esprime e plasma il mondo, dal quale anche si lascia plasmare. Il marxismo ha quindi arricchito la comprensione umana, sia nel ricondurre il lavoro a questo vasto processo, sia nel fare constatare come nel mondo, per motivi di dominio sociale, esista l’alienazione a prescindere dal fatto che spesso gli uomii sembrano preferire vivere in questo modo. Nella psicoanalisi la realizzazione riguarda la completezza delle componenti dell’essere umano, dall’Io all’inconscio, fino al sè junghiano. Nella realtà l’uomo non si assume un processo di trasformazione, e quindi i complessi e le cristalizzazioni impediscono l’emergere del vero individuo.

(1) Anzi non faranno mai nulla. Affidandosi ad una autorità_ esterna riterranno valida la delega e non produrranno alcuna crescita personale; in questa luce è evidente che le religioni come ogni altra ideologia diventino «oppio» ogni volta che impediscono il processo di critica e di libera scelta. (n. d. r.)

In queste concezioni si osservano fenomeni ben precisi: il riconoscimento del prevalere di condizionamenti negativi distruttivi, la possibilità teorica di concepire l’emancipazione umana con piena potenza, sia nei riguardi nell’inconscio, sia nei riguardi del mondo. Oggi chiaramente prevale un senso ideologico dell’individuo consumistico, sede di consumi di beni e di registrazioni di ruoli sociali. L’individuo concreto delega ancora la propria esistenza all’ordine sociale: in esso si trova riconosciuto ed in esso trova sicurezza.

A questo punto ci si potrebbe anche domandare se il rifiuto della reincarnazione non possa anche essere motivato dal timore che si possano affermare negli individui e nelle comunità veri processi di realizzazione, tendenti a sfuggire ad ogni controllo socio-politico. Secondo me esiste quindi una sostanziale convergenza fra i migliori contributi moderni sulla realizzazione, anche se non sollevano il problema della morte, e la reale dinamica di una reincarnazione, fondata sull’autorealizzazione.

Sono molte le cause psicologiche e sociali che fanno temere lo ampliarsi del potenziale umano, conseguente al superamento possibile della morte. Ma oltre al timore della morte, si può ricordare anche il timore del cosmo. Come mai gli uomini ignorano in modo così assoluto l’esistenza della vita e dell’intelligenza a livelli cosmici? Come mai continuano ad ignorare la vita dell’universo? o la vita di un’Anima autonoma?

Ma torniamo per il momento alla realizzazione: quali sarebbero le conseguenze sociali e psicologiche di uno sviluppo della realizzazione umana? Le istituzioni ed i ruoli si trasformerebbero da pochi modelli oggettivi validi per tutti, ad una grande flessibilità sperimentale adattabili ai più diversi percorsi individuali e sociali.

La mediazione sociale dovrebbe sostituire il carattere assistenziale con un carattere gradualmente enigmatico ed iniziatico, fino un pò alla volta a permettere e stimolare la comunicazione profonda fra gli esseri: anche al di là dei limiti della morte e del pianeta. La socializzazione avverrà in misura minore attraverso tutte le componenti dell’essere umano. Si tratterà di imparare a comunicare attraverso il corpo, attraverso l’intuizione, attraverso la partecipazione a diverse attività.

Già negli anni sessanta i movimenti controculturali avevano posto il problema di sviluppare le facoltà non intellettive dell’uomo, e di sperimentare modi diversi di vivere l’amore, la natura, la stessa dimensione religiosa. Avevano posto forse l’accento più sull’immaginazione e sulla spontaneità, senza far intervenire anche una nuova razionalità ed una nuova volontà di trascendenza.

Al di là delle apparenti staticità e regressioni storiche, si ripropone la ricerca globale di una realizzazione piena, non legata ai miti sociali del progresso ed alla distruzione dell’ambiente, ma alla riscoperta delle profondità individuali e cosmiche.

3 – Lo spazio, il tempo, i mondi, le dimensioni, queste sono realtà poste al servizio dei compiti formativi propri degli esseri. La grande differenziazione interna ai cosmi interpreta la dialettica dei rapporti fra la natura e lo spirito e prepara le energie ed i corpi in cui le anime si incarnano. Le più diverse realtà cosmiche sono adatte a stimolare ed a realizzare i viaggi della creatività.

Al di fuori dell’assoluto non esistono gli assoluti. Probabilmente esistono mondi con densità materiali e dimensionali per noi inconcepibili. Come pure esisteranno mondi in cui per diversi motivi forse non esisterà la morte, mondi che non conoscono forse la reincarnazione, che ci permettono di passare fra le realtà più impensabili.

Da diverse fonti sono emersi alcuni dati:

  • esistono galassie a noi conosciute, come esistono galassie parallele, in cui noi viviamo situazioni particolari legate ad esperienze specifiche: mondi in cui si sperimenta l’amore, o il dolore, o la gioia, e cosi via;

  • – esistono mondi in cui si vivono spontaneamente gli istinti, senza colpe e senza morali, come esistono mondi che si preparano ad unire la natura con il divino; – nella nostra galassia si proviene da esperienze dolorose, e con la Terra siamo fra i pianeti che preparano questi collegamenti fra l’uomo ed il divino; – chiaramente nelle galassie esistono forme di vita analoghe anche alla nostra , seppure diverse;

  • l’evoluzione degli esseri si sviluppa sui piani universali: vi sono sia sequenze obbligate, sia scelte e percorsi personali;

  • l’evoluzione dell’essere non corrisponde all’evoluzione del pianeta in cui si vive al momento; anche qui si può trattare di missioni e compiti diversi.

In questo contesto perde drammaticità il passaggio fra le dimensioni, ed emerge la responsabilità karmica e creativa.

Si tratta sempre di realtà misteriose, il linguaggio e la ragione umane possono andare difficilmente al di là di se stesse, ma è possibile elevare la coscienza, fare nuove esperienze.

Ma al di là di certi limiti, unicamente il cambiamento dei corpi e delle dimensioni permette di esplorare nuove realtà.

Antonio Sbisà

*Ciò che è qua è anche là; quello che è là è anche qua. Colui che vede la molteplicità ma non il sé invisibile in tutto, non cessa di vagare da morte in morte.

Katha Upanishad

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