REINCARNAZIONE: VERITÀ O ILLUSIONE?

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  Mi sembra giusto, parlando dì reincarnazione, far premettere, all’insegnamento del nostro Maestro, una brevissima storia dei termini del problema e non si può che partire da Origene, il quale rappresenta la frattura storica tra il passato e la storia teologica moderna, almeno per quanto riguarda la vita dell’Anima. Non a caso è rispetto ad Origene che la Chiesa cattolica, ad un certo momento, prende le distanze, sebbene la modalità con cui allora si svolsero i fatti è, per certi versi, ancora abbastanza oscura.

    Origene è vissuto tra il 185 e il 254 d. C. Fu veramente così importante?

   Ci dicono di lui che fu «il più eminente fra tutti i Padri della Chiesa, fatta forse unica eccezione di Agostino»: è una definizione dell’Enciclopedia Britannica. San Girolamo, poi, lo considerò «il massimo maestro della Chiesa, dopo gli Apostoli» e San Gregorio di Nissa lo chiamò «principe della scienza cristiana nel terzo secolo».

    Con questi tre pareri autorevoli viene dunque sancita —senza ulteriori esercizi storiografici da parte nostra — l’autorità e l’importanza di Origene. Andiamo a verificare allora che cosa egli scrisse nel “Contra Celsum” per scatenare le ire e gli anatemi del V Concilio Ecumenico del 553 (II di Costantinopoli), dalla cui epoca in poi la dottrina della reincarnazione fu poi negata dalla Chiesa stessa:

    «Non è forse più conforme a ragione che ogni anima, per certe misteriose ragioni (parlo qui secondo l’opinione di Pitagora, di Platone e di Empedocle, che Celso di frequente nomina), venga introdotta in un corpo, e ivi introdotta secondo i suoi meriti e le sue precedenti azioni?…

(1) Elaborazione di una lezione tenuta nel 1991 nell’ambito della Scuola Superiore di Parapsicologia del CIP di Napoli.

    Non è forse razionale che le anime siano introdotte in corpi conformemente ai loro meriti e alle loro precedenti imprese, e che coloro che abbiano usato il corpo per compiere il massimo del bene abbiano diritto a corpi dotati di qualità superiori al corpo di altri?…

    L’anima, la quale è per sua natura immateriale e invisibile, non ha esistenza in un luogo materiale, a meno che non possieda un corpo adeguato alla natura di quel luogo; e a un certo momento depone un corpo fino ad allora necessario, ma non più adatto alla sua mutata condizione, e lo scambia con un secondo corpo.»

    In “De principiis“, Origene è ancora più esplicito, qualora ve ne fosse stato bisogno:

    «L’anima — scrive — non ha né principio né fine… Ogni anima… entra in questo mondo fortificata dalle vittorie oppure indebolita dai difetti della sua vita precedente. Il suo posto in questo mondo, quasi dimora destinata all’onore o al disonore, è determinato dai suoi precedenti meriti o demeriti. il suo operato in questo mondo determina il posto che essa avrà nel mondo successivo…»

    Centinaia potrebbero essere i sostegni ad Origene, dai primi padri della Chiesa ai contemporanei. Per tutti basta citare Sant’Agostino (354-430), uno dei più grandi padri della Chiesa, i cui due scritti, che ora rileggeremo, mi hanno profondamente turbato poiché dimostrano come il problema della rinascita sia stato vissuto da questo grande mistico cattolico.

    Il primo passo è nel “Contra Academicos“: «Il messaggio di Platone, il più puro, il più luminoso di tutta la filosofia, ha finalmente dissipato le tenebre dell’errore e ora traspare soprattutto attraverso Plotino, platonico così simile al suo maestro che crederesti abbiano l’uno insieme all’altro, o meglio (dato che un così lungo periodo di tempo li separa) che Platone sia rinato nella persona di Plotino».

    Nelle celebri «Confessioni» Sant’Agostino è addirittura drammatico: «Dimmi, Signore… dimmi se la mia infanzia successe ad altra mia età morta prima di essa?

    Forse era quella l’età che io trascorsi nel grembo di mia madre… e prima ancora di quella vita, o Dio, mia gioia, fui io, forse, in qualche luogo, o in qualche corpo?

    Non ho nessuno che possa narrarmi di questo, né padre né madre né esperienza d’altri né la mia memoria.»

* * *

    Il 5 maggio 553 si aprì a Costantinopoli il V Concilio Ecumenico (il II di Costantinopoli riferito all’epoca); ma esistono divergenze fra gli storici se veramente nel corso del Concilio vi fu anatema contro Origene e la dottrina della reincarnazione. È comunque certo che Papa Vigilio, nonostante si trovasse a Costantinopoli, rifiutò di partecipare al Concilio, ma per motivi diversi, forse per un conflitto di potere con l’imperatore bizantino Giustiniano il quale aveva dichiarato guerra ad Origene ed ai suoi seguaci. Comunque senza entrare in una discussione specialistica che ancora divide gli storici, è certo che, nel Concilio, furono sottoscritti quindici anatemi proposti da Giustiniano contro Origene; ma non esistono documenti probanti. Sembra, infatti, che gli anatemi fossero sottoscritti in una sessione extra-conciliare dai vescovi presenti. Ne deriverebbe, ma è solo una interpretazione, che una sentenza extra-conciliare, scambiata erroneamente per un decreto emanato da un concilio ecumenico, abbia determinato l’errore di escludere dalla dottrina cristiana la teoria della reincarnazione e quella della preesistenza dell’anima. Come si vedrà più avanti i due principi sono fra loro strettamente correlati. Per la Chiesa cristiana, infatti, l’anima non preesisterebbe al corpo e quindi cadrebbe di conseguenza, la stessa possibilità della reincarnazione. Vista la premessa, su cosa si fonderebbe, allora, la sopravvivenza?

    Sembra che per certi teologi i principi storici prevalgono su quelli di infinito e di eternità e che debba essere difesa più la genesi storica che la logica e debba prevalere il dogma sulla ragione.

  Ma completiamo la rapida carrellata storica ed entriamo nel cuore dell’islamismo. Maometto dice ne «Il Corano»: «Dio genera gli esseri e torna a inviarli nuovamente più e più volte, fino a quando non risalgano a Lui.»

  Concetti consimili li troviamo nel Buddhismo tibetano, nell’induismo dell’India e quindi nelle scuole dello yoga, nel Buddhismo giapponese, nella dottrina cinese di Lao Tzu, nello Zoroastrismo, nel Libro dei Morti egiziano, nel Giudaismo dell’Antico Testamento.

    A proposito di quest’ultimo scrisse Geremia (1, 5) «Allora mi giunse la parola del Signore e diceva: «Prima che ti formassi nell’utero, ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal grembo, ti ho santificato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.»

    E nell’Ecclesiaste (1,9-11): «Ciò che fu è ciò che sarà… e non esiste nulla di nuovo sotto il sole. Esiste dunque qualcosa di cui si possa dire: “Guarda, questo è nuovo?” E già esistito, nei secoli che furono prima di noi. Non v’è ricordo di cose trascorse.»

   Le due citazioni ci confermano, ove ve ne fosse bisogno, che anche nel Vecchio Testamento si credeva che l’Anima già preesistesse al corpo e d’altra parte la sola ragione ce lo conferma: perché mai, sopravvivendo dopo, non dovrebbe essere vissuta prima?

    L’accettazione della reincarnazione è molto più diffusa di quanto supponga la nostra cultura occidentale, abituata ad ascoltare il solo messaggio cattolico e quindi rinunciataria, per formazione ideologica, a qualsiasi atteggiamento critico nei confronti delle materie di fede.

   Nella reincarnazione credevano gli Esseni e i Farisei, gli Ebrei rabbini fondatori della Cabbala, i drusi della Siria, parte della Massoneria, i teosofi.

    Frazer, in quel singolare e splendido libro «Il ramo d’oro» cita centinaia di gruppi che hanno creduto nella reincarnazione o comunque in una qualche forma di rinascita, tanto che Carl Jung fu costretto ad ammettere che forse si tratta di un’idea innata non derivata: forse, dice Jung, la reincarnazione ha qualcosa da vedere con gli archetipi dell’inconscio collettivo?

    Certo la lista riportata da Frazer è imponente. Vengono elencate le tribù del Nord America, del Canada, dell’America Centrale e Meridionale e quindi gli esquimesi, i maya, i peruviani, gli indiani; nell’Europa i finni, i lapponi, i danesi, i norvegesi, gli islandesi, i primi sassoni, i celti della Gallia, del Galles, dell’Inghilterra e dell’Irlanda, gli antichi prussiani, i primi teutoni, i lituani, i lettoni, parte dei russi, nel Medio Oriente i Caraiti di Babilonia, i bari del Nilo bianco, gli indiani del Bengala e dell’India orientale, gli indocinesi, i birmani, i semang della penisola del Malacca, praticamente tutta l’Africa orientale e occidentale, i negri della Costa d’Oro, del Kenya, del Sud Africa, gli abitanti di Okinawa, gli indonesiani, i papua della Nuova Guinea, del Borneo, dell’Australia e delle isole adiacenti. Chi altro citare?

    La Grecia antica, da Orfeo a Pitagora, da Giamblico a Eraclito, Pindaro, Anassagora, Empedocle, Platone, Aristotele, Plutarco, Plotino, Porfirio, Proclo, i romani come Giulio Cesare, Cicerone, Ovidio, Virgilio, Lucano, Apuleio, Luciano, Sallustio, Macrobio?

    Le opinioni di costoro riguardano anche l’altro problema dell’esistenza dell’Anima prima della nascita, sicché troviamo spesso i due aspetti come facce della stessa medaglia.

    Dobbiamo ancora ricordare Dante, Michelangelo, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Giuseppe Mazzini. Scrisse Giordano Bruno: «Cattolicamente parlando io credo che le anime non passino da un corpo all’altro, ma vadano o in Paradiso o in Purgatorio o in Inferno. Ragionando però col lume naturale e parlando da filosofo, ho considerato che l’anima non può sussistere senza il corpo eppure non è un corpo; quindi può alla stessa guisa passare da un corpo all’altro. Il che se non è vero, par almeno verosimile l’opinione di Pitagora…»

    Per quanto riguarda il cristianesimo voglio ricordare che già gli antichi ebrei vivevano nella speranza che si reincarnassero i loro grandi profeti. Secondo questa teoria Mosè era Abele reincarnato e il Messia avrebbe dovuto essere la reincarnazione di Adamo stesso già rinato una seconda volta come David. Malachia (Antico Testamento 4,5) aveva infatti profetato: «Ecco, io vi manderò Elia il profeta, prima che venga il giorno di Jahve, quello grande e terribile.»

   Secondo questa tradizione Elia era già apparso fra i giudei. Nel Nuovo testamento questo accadimento viene collegato al Vecchio Testamento per ben tre volte.

È sempre l’apostolo Matteo a riferirlo.

    La prima volta (Matteo, 16,13-14): «Arrivato poi Gesù nella zona di Cesarea di Filippo, interrogò i suoi discepoli: Chi dice la gente che sia, il Figlio dell’uomo? Quelli risposero: Alcuni dicono ch’è Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia, o uno dei profeti.»

    La seconda (17,9-13): «I discepoli gli domandarono: Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?

   Egli rispose loro: «Si, Elia deve in verità venire per primo a rimettere tutto in ordine. Però io dico a voi che Elia è già venuto e non lo hanno riconosciuto, ma lo hanno trattato come è loro piaciuto; così anche il Figlio dell’uomo dovrà molto soffrire per causa loro.

   Allora i discepoli capirono che aveva loro parlato di Giovanni il Battista (a quell’epoca già decapitato per ordine di Erode).»

    E la terza volta (Matteo, 11,11-15 e in Marco, 9,13): «Fra i nati di donna — dice Gesù — non è apparso uno più grande di Giovanni il Battista… Fino a Giovanni, infatti, hanno profetato tutti i Profeti e la Legge. E, se volete capire, è lui Elia che deve venire. Chi ha orecchie da intendere, intenda.»

   C’è poi la questione del nato cieco e della domanda a Gesù: «Chi commise questo peccato, quest’uomo o i suoi genitori?» Si ritiene, generalmente, che essendo la reincarnazione una credenza comune a quei tempi, se si fosse trattato di una falsa verità, Gesù sentendosi chiedere del nato cieco, sicuramente avrebbe colto l’occasione per smentire la reincarnazione. Smentita che non ci fu, anzi l’episodio di Elia conferma che Gesù l’ammetteva e che deliberatamente non abbia voluto ufficializzare questa verità.

    Le testimonianze successive sono poi continue e variamente articolate e sono rappresentate dai nomi più autorevoli ed insigni della cultura. Posso citare solo qualche nome come Salvador Dalì che credeva di essere stato San Giovanni della Croce, Bacon, Henry Moore, David Hume, Thomas Taylor, Lowes Dickinson, Aldous Huxley, Shakespeare, John Milton, Shelley, Walter Scott, Dickens, Eliot, Oscar Wilde, Bernard Shaw, Conan Doyle, Kipling, Goethe, Schiller, Fichte, Hegel, Novalis, Schopenhauer, Heine, Wagner, Mahler, Albert Schweitzer, Voltaire, Honoré de Balzac, Victor Hugo, George Sand, Henri Bergson, Flaubert, Soeren Kierkegaard, Franklin. Quest’ultimo sulla sua futura tomba egli stesso, a 22 anni, e ancora operaio tipografo, si scrisse quello che fu poi definito il più celebre epitaffio d’America: «Giace qui il corpo di B. Franklin, tipografo, come la copertina di un vecchio libro, con tutte le pagine strappate e spoglio delle lettere dorate dei suoi titoli, cibo per i vermi, ma l’opera non andrà perduta, poiché, come egli ha creduto, essa tornerà ad apparire in edizione nuova e più elegante rivista e corretta dall’autore.»

    La lista dei reincarnazionisti può ancora continuare con Edgar Allan Poe, Mark Twain, Jack London, William Faulkner, Henry Ford, Edison, Lodge, Flammarion, William James, il trasvolatore Lindberg e sicuramente dovettero credervi, anche se esplicitamente non si espressero ma lo si ricava dai loro scritti, scienziati come Charles Darwin, Einstein, Alexis Carrel, Max Planck, Erwin Schroedinger (fisico, Premio Nobel 1933); ma qui facciamo veramente punto, poiché il fine che ci stiamo proponendo non è una passerella storica anche perché in molti casi questi studiosi non contribuiscono al problema con prove, ma solo con opinioni. Tuttavia siamo indotti a pensare che se un gran numero di persone qualificate ammette la probabile esistenza di qualcosa, ciò ha pure un senso se la vita complessiva degli uomini e le culture e pensieri prodotti hanno anche un valore testimoniale della vita e del pensiero intelligente.

    Intendo cioè dire, ma anche questa è solo una traccia di impostazione del problema, che esiste una verità statistica espressa dall’intelligenza dell’uomo anche fuori della logica sperimentale delle scienze e che in questa accezione lo stesso pensiero ricorrente, in quanto prova testimoniale dello sviluppo intellettuale ha un senso scientifico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano e questa proposta metodologica andrebbe suffragata molto più ampiamente.

                                                                            CORRADO PIANCASTELLI

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