Un falso problema.

Un falso problema.

Parrebbe inevitabile, tuttavia, a questo punto chiedersi con quale metodo sia possibile costruire una metafisica che l’opinione consolidata dei più tende a vedere come un’edificio che, una volta costruito, disponga di un numero sufficiente di siti — i suoi concetti — in cui ogni problema trovi accoglimento e corretta formulazione e ogni tema, per arduo ed esteso che possa essere, venga adeguatamente collocato. In realtà, a dispetto di ogni opinione contraria, un tale sistema non è mai esistito, il che, detto per inciso, fa sorgere legittimi dubbi circa l’eventualità che abbia ad esistere in futuro. Non possono essere definiti sistemi né la metafisica di Aristotele, né quella che, a mio parere, è l’ultima grande filosofia dell’Occidente, vale a dire la dialettica hegeliana. Né l’una, né l’altra furono sistemi, ma riflessioni sistematiche intorno alla complessità del reale che si valevano di quelli che venivano definiti quali principi come di strumenti concettuali per esplorarlo. Prendevano le mosse da contenuti concreti, immediatamente percepibili dal vissuto individuale e collettivo che, in Aristotele, si identificavano con le conoscenze acquisite dalla scienza a lui coeva, in Hegel con l’attività pensante dell’uomo, quale era stata esplorata dalle dottrine speculative sviluppate dal pensiero moderno, da Cartesio a Spinoza a Leibniz a Locke a Berkeley a Hume a Kant, in una parola con quella che, in Germania, sul finire del ‘700 era chiamata die Denklehre oder die sogennante Philosophie (= la dottrina del pensiero o la cosiddetta filosofia). Può essere utile, al riguardo, porre attenzione al modo in cui i primi principi, le quattro cause di Aristotele, la coscienza in Hegel, veni-vano usati dai due grandi pensatori. Per quanto concerne Aristotele, le quattro cause sono invocate essenzialmente come principi di spiegazione del darsi di un oggetto, in una parola come principi euristici del costituirsi delle scienze della natura. Dire, ad esempio, di una statua che la sua causa materiale è il marmo, quella efficiente l’opera dello scultore, causa formale la sua figura, causa finale l’intento perseguito dall’artefice che ha scolpito la statua, equivale a sostenere che il darsi di un oggetto può essere spiegato con quattro diversi modi, ciascuno dei quali, ove adottato per tutti gli oggetti possibili e immaginabili, dà luogo a una scienza particolare: la causa materiale alla fisica, la causa efficiente alla cinetica (distinta dalla mera dottrina delle radici delle cose), la causa formale alla scienza della misura e delle grandezze, ossia la matematica, la causa finale alla dottrina dell’ente perfetto o motore immobile (che darà poi luogo alla teologia nella religione islamica e in quella cristiana). Per quanto riguarda Hegel, principio primo, luogo di nascita della conoscenza o pensiero è la coscienza, che, soprattutto nella “Fenomenologia dello spirito”, è lo strumento euristico adottato per seguire lo sviluppo della conoscenza e, con quello, del suo contenuto. Quello di coscienza è un concetto vuoto o, come direbbe Platone, ‘un “ragionamento bastardo non accompagnato da sensazione”. Se, infatti, si prende un tale concetto come quello che indica l’incipit dello sviluppo dello spirito, si deve fare l’ipotesi che la coscienza principi come una tabula rasa sulla quale si imprimono le sensazioni che, articolandosi e sviluppandosi, daranno poi luogo ai concetti e alle idee. Ma come è possibile definire “coscienza” una siffatta tabula rasa, dal momento che il concetto di coscienza, propriamente inteso, segnala la netta distinzione tra un sé che percepisce e un altro da sé che viene percepito e prevede, altresì, l’autopercezione da parte del sé? Ne consegue che o quello di coscienza è un concetto assurdo, ove pretenda di costituire l’inizio e non già il risultato di un processo, oppure è uno strumento euristico, ossia un’ipotesi di lavoro che, per cogliere il processo conoscitivo, prende le mosse non già da “un colpo di pistola” (per usare la suggestiva espressione hegeliana) ma dallo svolgimento dell’intera sequenza processuale colta in un qualsiasi momento dell’attività conoscitiva. La coscienza è un principio non perché sia un cominciamento, bensì perché senza introdurne l’idea, il procedere della conoscenza non sarebbe possibile. Detto in altri termini, la coscienza o pensiero è immediatamente data e perciò può porsi a capo della attività conoscitiva. Ora, se nei grandi pensatori è nettissima la percezione che i loro principi non sono le componenti di un sistema, altrettanto netta è la convinzione — fortissima in particolare in Aristotele e in Hegel — che essi costituiscano cionondimeno la chiave per decifrare un sistema che non va costruito, ma che c’è già, e della cui esistenza l’uomo comune, il non filosofo — possiede una certezza altrettanto forte quanto quella nutrita dai grandi pensatori. Se l’antica metafisica era perciò un’indagine — non già un sistema — animata dall’esprit do systeme, in quanto si prefiggeva l’obiettivo di cogliere il sistema, la nuova metafisica può proporsi come una ricerca, del pari sistematica, sul ‘Perché di questa credenza, sul fondamento di questa certezza. Va sottolineato che, tuttavia, nel parlare di “nuova” metafisica non vogliamo affatto rivendicare la superiorità su quella “antica”. Una volta infatti che la “nuova metafisica” pervenga a identificare il fondamento di questa certezza, che, qui mi occorre anticipare, è il sistema mentale, verrà semplicemente a esplicitare quello che la filosofia del passato aveva in qualche modo già colto. Di qui l’articolazione del mio discorso, che toccherà i seguenti punti: la sede in cui alberga la certezza dell’esistenza dell’universo o sistema; gli argomenti chiave della tradizione speculativa occidentale per avviare ad esplorare la validità di questa certezza (con particolare riferimento a Platone (1) e a Kant); un inedito riscontro scientifico (che viene dalle ultime risultanze delle neuroscienze,, dall’impasse in cui attualmente si trovano nonché dalla possibilita di superarlo).

1 cfr. Platone, Dialoghi politici e lettere, a cura di F. Ackorno “Timeo”(52 b), I, UTET, Torino 1970

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