VITA RESPONSABILE NELLA MATERIA.

VITAEMATERIA

D. – Desidererei avere una spiegazione su di un tuo discorso dell’altra settimana. Hai detto del “Dio che si cala nella materia” e hai indicato questo come prima fase del Cristianesimo. La seconda verrà poi. Questo potrebbe anche significare che questi ultimi duemila anni rappresentano il Cristianesimo dogmatico, strumentalizzato e sfruttato dalla Chiesa per certi fini, e che quindi potrebbe corrispondere anche a un certo tipo di evoluzione dello Spirito venuto in Terra. La seconda fase invece potrebbe essere quella del superamento di tutto ciò, quindi una evoluzione più ampia, con il superamento di un certo grado della materialità, in un certo senso come suo dominio…

A. – Non direi che sia proprio così, perché i duemila anni passati dalla venuta di Cristo a oggi rappresentano senza dubbio anche un periodo di evoluzione. È un arco evolutivo nel quale si sono esercitati spiriti, e quindi si è arrivati alle soglie di un’altra fase della materialità, considerando questo periodo più di teorizzazione che di pratica. È però anche vero che in questo periodo si sono avute esperienze frammiste: accanto a una teorizzazione di principi, vi sono state le esperienze degli uomini che hanno applicato in una maniera del tutto personale il principio della materialità. Questo però ha generato forti contrasti tra la teoria conservatrice e la pratica di vita.

    Lo stesso uomo è sempre stato afflitto da un’ambiguità di fondo. Da una parte, esso alimentava una sorta di teorizzazione dei principi, dall’altra cercava di vivere, in pratica, in maniera contraria a quegli stessi principi. Diciamo che la fase che ora si prospetta non è affatto il superamento della materialità, ma anzi una sua presa di conoscenza. A mio avviso ora si entra in possesso della Terra in maniera più autentica, più vera, anche se questa fase di possesso sarà contrassegnata ancora da lotte e ambiguità. Questo superamento della materialità è uno svolgimento che si ha dopo, e non nel corso della vita sulla Terra. Lo si ha dopo, come Spirito, quando si abbandona completamente l’area del terrestre e si possono, per così dire, tirare le somme: quando lo Spirito si è maturato al punto tale da non avere più bisogno della materia per svolgere le sue esperienze.

    Ora non c’è dubbio che una parte di questo superamento si possa avere anche sulla Terra, ma essa, come pianeta, non ha questo fine; non ha il fine di sublimarsi, ma quello di materializzarsi sempre più. Quando diciamo “materializzarsi” non intendiamo l’opposto della spiritualità; intendiamo, in fondo, la stessa cosa, intendiamo cioè prendere coscienza della vita, capirla, viverla, percorrerla: questa è la ragione dell’incarnazione dello Spirito e non ce n’è un’altra. Il principio della sublimazione atto a trasformare la Terra in un Eden poetico, idilliaco, è pura fantasia, è pura poesia. “Idilliaco” non vuol dire spirituale nel senso trascendente, nel senso mitologico, ma vuol dire concretamente vivere con giustizia. Questo è il principio spirituale, ed esso è stato spesso confuso con un’atmosfera mistica, mitizzata, poetica. Ma l’affermazione dei valori dello Spirito sta proprio nella giustizia, nel percorrere la Terra con giustizia. Onestà, non vuol dire semplicemente fedeltà ai principi religiosi, vuol dire fedeltà alla giustizia della vita. È in questo senso che si contrassegna lo Spirito, il quale trova un equilibrio tra sé e il corpo e fa nascere un preciso rapporto con gli altri esseri che si trovano nella sua stessa condizione di spiriti incarnati in una materia, in modo che si possa avere così sulla Terra un’equa distribuzione, giustizia, e quindi dei rapporti equi tra gli esseri. Questa è l’autentica religione che non si basa su di una lontana utopia (o romanticismo), ma che, concretamente, si cala nella vita quale essa è, e deve essere.

    Proprio perché la vita è così che lo Spirito si incarna. Una controprova noi l’abbiamo dal fatto che gli spiriti traggono le loro esperienze fondamentali proprio quando si verificano queste circostanze; cioè quando l’essere completo viene riproposto nella vita con tutto il suo valore e viene a responsabilizzarsi come tale: è allora che l’esperienza vale. Le esperienze non sono nella vita quotidiana e non vengono tratte dalle mille cose inutili che fate dalla mattina alla sera, ma esse si contrassegnano quando si verificano fatti che impegnano l’uomo nella sua più completa costituzione, e quando veramente il gesto diventa responsabile, e tutto l’essere vi partecipa, assumendosi la responsabilità del gesto che effettua. Allora, se tutto ciò che è sovrastruttura può essere eliminato, se, cioè, si induce l’uomo a una vita essenziale (che è una vita ugualmente ricca, anzi più ricca), si ha una dispersione minore. Pensate che gli spiriti, venendo sulla Terra, sprecano gran parte del proprio tempo. Gran parte della vostra vita voi la perdete per le cose futili che fate dalla mattina alla sera. Veramente, per voi stessi voi non fate niente e, fatto ancor più grave, subite la vostra vita, gli eventi vi cadono addosso e voi reagite in maniera buona o non buona, giusta o non giusta, razionale o irrazionale, ma reagite soltanto, agli avvenimenti, perché non siete capaci di provocarli.

    Questo significa dispersività, perdita di tempo. Aspettate, e aspettando invecchiate e, spesso, la circostanza a voi utile può non verificarsi; perché, indubbiamente, lo Spirito venendo sulla Terra conosce bene questa passività dell’uomo, però non la conosce fino in fondo e alcune sue caratteristiche o alcune tensioni, per così dire, alcuni programmi esso li segna dentro di sé allo stato potenziale e aspetta che le circostanze ne provochino il risveglio. Talvolta queste circostanze non vi sono perché voi sistematicamente le sfuggite, soprattutto quelle poco gradevoli, pericolose o equivoche, e, sfuggendole, il meccanismo naturale del vostro essere non si sviluppa, non si realizza.

    Nell’agire così lo Spirito non fa altro che calare nella sua dimensione un “meccanismo” che è universale, cioè quello, che noi conosciamo bene, dello stato potenziale dello Spirito stesso che, incontrandosi con la realtà esterna, risveglia l’esperienza, risveglia l’idea. Il meccanismo è lo stesso e lo Spirito non può sfuggire a questa regola generale. È inevitabile che determinate predisposizioni potenziali si risveglino e si attualizzino soltanto con l’impatto con la realtà; se questo impatto viene sfuggito lo Spirito si trova alla fine della vita senza aver sviluppato il suo programma o, almeno, una larga parte di esso. E ciò, spesso giungendo a degli accomodamenti, cioè accettando poi le esperienze così come gli vengono. Diciamo che c’è un certo disordine, ma lo Spirito lo risolve ugualmente a suo vantaggio, perché come Spirito ricollega i fili e trae certe conclusioni, ma se si modificassero determinate strutture ambientali e culturali, se cioè fosse possibile far trovare questo Spirito in una situazione ambientale migliore, indubbiamente si favorirebbe di molto la sua evoluzione.

D. – Così viene fatto salvo un altro principio che così si universalizza: quello dell’”economia spirituale”. Cioè l’agire in tutti i sensi, rendendo “produttivo” qualunque elemento abbia a che fare con lo Spirito e con le sue esperienze…

A. – Qualunque esperienza può essere utilizzata dallo Spirito. C’è da dire ancora questo: che anche due esperienze apparentemente uguali possono giocare un ruolo diverso sull’economia dello Spirito e possono essere prospettate in una diversa situazione. Perciò l’interesse dell’uomo sta nel promuovere, accogliere, essere in continua attività, perché la vita è troppo breve sulla Terra, quindi bisogna approfittare di tutto quanto essa può offrire per arricchire l’interiorità. Non c’è il tempo per programmare più lungamente certi fatti, e bisogna allora compensarli entro i limiti che sono dati dall’esistenza, limiti variabili che non dipendono neppure dallo Spirito.

D. – Com’è avvenuto tutto questo?

Come mai si è arrivati a una situazione piena di ostacoli per lo Spirito?

In fondo, se l’uomo fosse rimasto soltanto un animale avrebbe avuto una situazione più favorevole, più libera, quindi è stata proprio la presenza dello Spirito a creare gli ostacoli…

A. – Certamente è stata la presenza dello Spirito, ma è stata anche la presenza di uno sviluppo intellettuale autonomo, e diciamo complesso, che ha ingenerato una quantità enorme di bisogni, di necessità rispetto a quelle dell’animale. Quella sorta di “fissità mentale” dell’animale non è riscontrabile nell’uomo, salvo che in coloro che hanno avuto una degradazione in senso mentale-patologico. L’uomo normale ha invece moltiplicato i suoi bisogni, perché la catena della produzione intellettuale è stata geometricamente progressiva, e, dunque, tutti questi bisogni (che hanno pure trovato un qualche riscontro nelle necessità dello Spirito) sono stati a loro volta influenzati dalla programmazione spirituale, sicché si può dire che i bisogni dell’uomo non hanno praticamente fine.

    Si è arrivati a questo appunto a causa di uno sviluppo nella scala naturale del bios, un’evoluzione che non ha colto naturalmente di sorpresa nessuno, ma che così come si era sviluppata andava bene perché seguiva un determinato ritmo che corrispondeva a quello dello Spirito. Ripeto che a noi tutto questo va bene lo stesso, ci è andato bene anche nel passato perché lo Spirito ne ha tratto le sue esperienze lo stesso. Però, il modo come esso ha assunto queste esperienze, concretamente, nella realtà umana, è entrato in conflitto con la teoria e i principi, perché era naturale che fosse così; inquantoché si è avuta la strumentalizzazione della mente umana e il suo condizionamento per le necessità economiche di distribuzione, di attese dell’uomo, e anche in virtù di un altro principio che non è mai scomparso nell’essere umano, cioè quello della forza, perché l’uomo si è intellettualizzato, ma non ha perduto l’istinto animale della selezione del capo. Tutto questo ha generato le diverse ideologie economiche e politiche. Istintivamente l’uomo riconosce un capo, desidera un capo, l’ha desiderato specialmente quando vi era una minima diffusione di cultura e la massima influenza di coloro i quali avevano conquistato il dominio in virtù di quell’istinto che abbiamo detto, condizionando tutto lo sviluppo culturale; anche se, a questo punto; si è arrivati a una rigidità meccanica da parte della massa umana nei confronti della primitiva istintività della elezione del capo.

     Non mi riferisco soltanto alle epoche in cui gli uomini erano tenuti schiavi, quindi alla grossa divisione tra aristocrazia e plebe; parlo naturalmente anche dell’Atene di duemila e seicento o settecento anni fa. anche di quell’Atene che cominciava a illuminare il mondo con la sua filosofia ma che, tuttavia,manteneva questa divisione; parlo di periodi antecedenti nei quali, naturalmente, la forza dell’uomo era preponderante sullo sviluppo intellettuale che procedeva lentissimamente. Allora la forza dell’uomo superava quella intellettuale, il potere nasceva dunque in questa maniera e si perpetuava per generazioni attraverso la grossa divisione delle classi in aristocrazia e plebaglia. Fenomeno che si è avuto fino ai vostri giorni e che si ha ancora, per questa dicotomia esistente che non è politica (anche se lo è diventata), ma che è propria della razza umana divisa tra la sua animalità (che ha quel famoso istinto) e la sua razionalità che, invece, deve dominare l’istinto, perché esso va dominato, in quanto il corpo è in funzione dello Spirito. Ma, questo, gli uomini non lo sanno. Possiamo allora dire che il corpo è almeno in funzione della società, ma neanche questo gli uomini vogliono accettare per via della resistenza dovuta a quell’istinto naturale, primordiale, antichissimo della materia che si afferma come forza secondo il principio della selezione naturale.

D. – Perché l’uomo è così crudele?

Perché è stato capace di mettere al rogo i propri nemici, di torturare?

Che forza è questa?

A. – È accettabile che si abbia questa reazione, non è invece accettabile l’affermazione di principio che l’uomo sia crudele. L’uomo non è crudele, vedi, anche se noi ci leghiamo alle immagini di poco fa di un uomo dominato dall’istinto di sopraffazione. In realtà ciò non lo troviamo negli animali se non per la selezione naturale. L’animale uccide solo se ha fame. Se la tigre, che è il classico esempio della belva sanguinaria, uccide anche quando non ha fame, ciò è dovuto a un fatto puramente biologico, non certamente psicologico. Ora, fatta questa premessa di ordine generale, che d’altra parte si deve accettare anche se – ne convengo – vi sono degli esempi affatto illuminanti, si viene a una conclusione: esistono degli uomini particolarmente aggressivi che rappresentano una patologia tutta speciale. L’aggressività è perfettamente spiegabile sul piano psicologico. In linea di massima deve ammettersi che essa deriva da un meccanismo di difesa dell’individuo. L’uomo aggredendo si difende e si difende da tutta una realtà che è d’intorno.

    L’uomo aggressivo, l’uomo che odia, è colui che in fondo ama, che vuole amare, ma a cui non riesce di amare, perché è vissuto isolato, chiuso, perdendo il contatto con tutta la realtà che gli è intorno. Ecco che, allora, nel momento in cui, essendosi chiuso completamente dentro di sé in maniera narcisistica, patologica, paranoica, incontra la realtà, in essa realtà non può che agire con violenza perché gli è estranea.

    Naturalmente, quando si entra in un sistema mentale del genere, per cui gli individui si isolano in una casta e determinano certe leggi, esse finiscono col condizionare altri uomini che vengono culturalmente preparati allo stesso modo, e in loro si alimenta il sadismo o il masochismo: allora è chiaro che si giunge a quello che tu hai deprecato. Vi è sempre una base culturale alle spalle, ed è culturale nel senso che non si può giungere ad accendere un rogo sotto un uomo se non si è mossi da un bisogno di godimento interiore. Tale bisogno è sempre il segno di una complessa situazione mentale, che a sua volta è sempre il prodotto di un’azione culturale, cioè pedagogica sugli individui.

    Vedete, è molto facile: gli uomini per natura tendono a realizzare alcuni istinti, e diciamo che alcuni di essi (nella fase di sviluppo del bambino) sono istinti di aggressività, di violenza e di masochismo. I bambini cercano di uccidere gli animali, ma non desiderano coscientemente vederli soffrire. Diciamo che per loro questa è una fase di transizione che poi finisce. Tutti i bambini si sono messi a inseguire i topi o i gatti, oppure i cani in una maniera a volte innocua, a volte meno innocua, a seconda dell’ambiente in cui sono vissuti o nella maniera in cui sono stati “raddrizzati” dalle cure familiari.

    Un tempo, il potere doveva essere esercitato con violenza, per applicare una legge che era quella del terrore.

    Vedi, io ricordo che molto tempo fa vissi in una famiglia (diciamo, nobile) e, da ragazzo, tendevo qualche volta a trattare con familiarità, con fratellanza alcuni servi. Mio padre mi puniva allora severamente per questo, affermando che i servi andavano trattati a scudisciate e che non doveva essere concesso a uno come me di fraternizzare con loro. Il che significa che si imponeva psicologicamente una spartizione di classi, per cui è chiaro che, arrivati a vent’anni, io calpestavo il popolo, e se avessi potuto esercitare una qualche attività, in una magistratura pubblica o religiosa, non avrei affatto esitato a usare il rogo, compiacendomi di questo mio Spirito di potenza, perché in questa maniera non soltanto affermavo me stesso, ma anche un altro principio importante, e cioè che il servo, in quanto schiavo, non era un uomo, ma solo un essere che, al pari di un cane, poteva essere ucciso o lapidato. Con questa psicologia antisociale e antiumana si spiega benissimo come individui, magari particolarmente tendenti al sadismo, arrivassero a delle crudeltà inenarrabili.

   La responsabilità di tutto questo andava però esclusivamente ascritta a tutto un tipo di cultura e non certamente soltanto ai singoli, a loro volta vittime di questa cultura. Ora, io non so se a questo punto si debba veramente odiare, compiangere o comunque porsi in una situazione semplicemente critica, senza odio né amore. Diciamo che l’uomo ha questo istinto, che però si spegne se non viene alimentato. Appena esso viene alimentato diventa quasi incontrollabile, e tutti i tipi di aggressività si spiegano entro la funzione storica e culturale della sua influenza sull’individuo. E si spiega anche perché l’individuo, in certi ambiti sociali si chiuda in se stesso rompendo con la realtà, e perché nei momenti in cui egli deve intervenire in questa realtà, usa soltanto la violenza, perché attraverso di essa gode di quel sentimento che egli avrebbe voluto dagli altri e che non è riuscito a instaurare. In fondo all’odio c’è veramente un bisogno d’amore che si manifesta in quei casi solo attraverso un rapporto di violenza. Lo potete anche notare nella fase amorosa dell’uomo cosiddetto “normale”; l’uomo tanto più ama tanto più è violento. A questo punto i poeti non hanno sbagliato del tutto accomunando la violenza all’amore o all’odio, perché la matrice è la stessa. La fase del sadismo non è completamente spenta nell’uomo…

D. – Quella tua esperienza personale come l’hai poi risolta nella vita?

A. – Non l’ho risolta affatto. Le cose andavano così e non si potevano risolvere, anche perché non si poteva immaginare che le cose potessero andare in un’altra maniera.

D. – Quindi il condizionamento era molto forte. Non ti è stata poi attribuita nessuna colpa?

A. – Allora sembrava tutto naturale. E non direi che mi sia stata attribuita una colpa. (La frase si presta a un malinteso in quanto evidentemente si riferisce a qualche sorta di giudizio esterno, ma lo Spirito nel post-mortem si autogiudica e si autovaluta da sé in base al suo livello evolutivo. Nell’esperienza descritta il condizionamento sociale e la realtà dell’ambiente erano fortemente preponderanti, ecco perché non ne risulta una colpa. – Nota del curatore.)

D. – Ma se tu, a un certo momento, hai simpatizzato con i servi, ciò era evidentemente dovuto alla tua evoluzione spirituale. In seguito è stata completamente superata quella fase?

A. – Sì, probabilmente ciò era dovuto proprio a un fatto evolutivo. Poi, quella fase è stata eliminata quando mi sono trovato in una società che mi offriva altre possibilità. Sarebbe bastato nascere dall’altra parte per avere un’esperienza diversa.

D. – Il condizionamento di quel tempo era così forte da reprimere una grande spiritualità?

A. – Sì, essa non è venuta fuori, ma devo anche dire che, ciò malgrado, quella è stata un’ottima esperienza. Poi si dovrebbe anche dire che il sadismo usato in una certa maniera, in fondo, è un masochismo mascherato.

D. – È quello che stavo pensando. Cioè, avendo tu una grande spiritualità, avevi anche una sofferenza interiore.

A. – Queste sofferenze sono però quasi sempre sepolte dalle sovrastrutture e non si avvertono, se non come un disagio soffuso, ma non precisato.

D. – Volevo dire che, paradossalmente, lo Spirito è stato allora quasi costretto a ridurre il di più che esso aveva imposto alla materia…

A. – C’è però anche da dire che, in fondo, anche vivendo in una società che obbligava a fare certe cose con la sua cultura, l’esperienza nasceva anche dal fatto che si poteva razionalizzare il gesto, per quanto crudele potesse essere, valutandolo o diminuendone l’influenza; e questo poteva già essere un atto “rivoluzionario” rispetto ai tempi. per esempio, si può dare la morte in due modi: arrostendo una persona, quindi facendola morire lentamente, oppure di colpo, con una decapitazione o altro. Questo secondo gesto diventa quasi un gesto d’amore, e se ha impegnato l’essere in una valutazione critica diventa un’esperienza positiva.

    Spesso un gesto che a voi sembra efferato può essere un gesto che segna un’evoluzione in chi lo compie, solo che voi ne vedete soltanto l’effetto e tutta l’intenzione che è alle sue spalle vi sfugge; e l’effetto, è chiaro, non potete che giudicarlo negativo, questo lo capisco. In ciò si giustifica il fatto che il giudizio definitivo viene dato solo dopo la morte.

D. – Quali sono gli istinti rimasti all’uomo?

Credo che con l’acculturazione parecchi di essi siano scomparsi.

A. – Vedete, l’istinto fondamentale che è quello di sopravvivenza, non soltanto è rimasto, ma deve rimanere con tutto il suo corollario. E l’istinto di sopravvivenza comporta tutta una serie di gesti e di pensieri, molti dei quali sono anche sociali. Ecco perché, direi, gli istinti sono rimasti quasi tutti. Naturalmente, per correggerli e modificarne alcuni corollari è indispensabile una forte azione culturale parallela. Per “culturale” io intendo tutto, cioè anche il sistema educativo, non soltanto la cultura nel senso più nobile o più alto, perché anche il semplice rapporto umano nei confronti di un bambino è un’azione culturale.

D. – Diciamo quindi che il problema è quello di incanalare in senso socializzante gli istinti, senza distruggerli…

A. – Sì, usarli controllandoli affinché nel loro esercitarsi non portino danno agli altri, soprattutto questo. Fare questo significa applicare il principio di altruismo. Io devo rinunciare a un’esperienza anche piacevole se essa porta grave danno agli altri: questo è un gesto di altruismo. Naturalmente è difficile vivere così, perché l’istinto va inquadrato nel complesso dell’individuo, non si può parzializzare, perché allora dovremmo dire che l’istinto della fame potrebbe anche essere soffocato, ma la conseguenza sarebbe la morte per inedia, quindi è chiaro che il fatto va sempre inquadrato nel sistema generale dell’individuo.

    Naturalmente parliamo in prospettiva futura, ma molte cose si possono già fare in questa società. Diciamo anche che tutto questo è già cominciato, magari in maniera confusa, istintiva, in senso psichico, mentale.

   Una società, in fondo, è l’espressione di una civiltà e viceversa: questo mordersi la coda è un giro vizioso, ma esso ha una capacità di dilatazione massima e quindi include molti altri fattori capaci di modificare questo giro vizioso. Tutto dipende certamente ed esclusivamente dall’uomo e dalla forza che egli deve ritrovare dentro se stesso per capovolgere certe situazioni, per affermare certi principi, per muoversi con autonomia: è vero che sono cose vecchie, ma i tempi che oggi state vivendo sono maturi per realizzarle. Una volta non sarebbe stato possibile.

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